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Corto circuito, la vita non è un’avaria


Visto con Riccardo, 7 anni

Corto circuito, la vita non è un’avaria

Un irresistibile protagonista di metallo è al centro di una commedia fantascientifica che mescola gag slapistick e riflessioni sulla differenza tra vivere e funzionare

di Demis Biscaro 28/10/2013

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Correva l’anno 1986, la Guerra fredda ormai era agli sgoccioli e il cinema popolare non ne faceva mistero. Dopo aver giocato, tre anni prima, con l’idea di una Guerra Termonucleare Globale scatenata per errore da un ragazzo in WarGames – Giochi di guerra, il regista John Badham si fa beffe della corsa agli armamenti mettendo in scena le disavventure di un sofisticato prototipo di robot bellico che, dopo essere stato fortuitamente colpito da un fulmine, acquisisce volontà e coscienza proprie, abbandonando la base militare per gettarsi alla scoperta del mondo. Riuscirà a sfuggire all’esercito grazie all’amicizia con una giovane donna, Stephanie, che lo aiuterà anche a convincere lo scienziato che l’ha creato di essere diventato un vero e proprio essere vivente.
Commedia per famiglie in cui abbondano gli stereotipi (militari dal grilletto facile che sbraitano dentro ad un megafono, scienziati nerd asociali, ex fidanzati importuni), Corto circuito rivisita con leggerezza alcuni dei temi tipici della fantascienza per adolescenti (sbarco degli alieni, intelligenza artificiale), senza mai prendersi troppo sul serio e puntando essenzialmente a intrattenere un pubblico vasto ed eterogeneo. Alle numerose gag slapstick, pensate per bambini e ragazzi, si affiancano i dialoghi al limite del nonsense tra il Dr Newton e il suo assistente indiano, apprezzabili solo da un pubblico più adulto a cui sono rivolti anche i numerosissimi omaggi alla TV e al cinema di genere. Il tutto incorniciato da una vivace colonna sonora che mescola successi pop con tracce di musica elettronica.
Cardine del film però è l’indimenticabile robot Numero 5, che a quasi trent’anni dal debutto sul grande schermo dà sfoggio di una forma smagliante e continua a suscitare un’istintiva simpatia grazie anche alla perfetta animazione dei movimenti e della mimica del volto, straordinariamente espressivo a dispetto della semplicità dei suoi componenti elettromeccanici. Nonostante ciò quando vidi il film da bambino rimasi affascinato piú di ogni altra cosa dai computer dell’epoca e ipnotizzato da quell’universo scuro che era il loro monitor catodico. Uno strumento magico, una specie di pozzo dei desideri in cui se eri bravo a gettarci dentro i caratteri giusti potevi scambiare due parole con un robot da milioni di dollari. E magari fartelo amico.
Riccardo invece, avvezzo alle interfacce colorate dei moderni sistemi operativi, non ha fatto caso ai vecchi elaboratori ma si è innamorato a tal punto del robot che durante il film non ha resistito ed è corso a prendere i Lego per costruirsene uno. Gli sono sfuggiti del tutto i giochi di parole però si è fatto coinvolgere dall’atmosfera giocosa del film e si è divertito molto davanti alle prodezze del protagonista che memorizzava libri a tutto spiano e riusciva ad accendere la TV senza bisogno del telecomando. E naturalmente ha notato subito la stretta somiglianza col suo epigono WALL•E.
Tuttavia al di sotto del tono scanzonato, il film conduce una riflessione elementare ma efficace sulla differenza tra funzionamento e vita, tra macchina ed essere vivente. La vita nasce da un piccolo miracolo (il fulmine) e nell’ordine razionale del mondo sembra un’anomalia, un controsenso, mentre è il nucleo attorno al quale ogni altra cosa acquista significato. È un fenomeno così irripetibile e fragile che una volta spezzato è irrecuperabile. Lo apprende ben presto anche N. 5, in una scena insieme comica e toccante, in cui dopo aver schiacciato inavvertitamente una cavalletta, si rende conto che non può essere piú “aggiustata” e che ha smesso di “funzionare” per sempre.
Il robot appare cosí evidentemente umano agli occhi dello spettatore che di fronte alla scena della sua distruzione (verrebbe da dire uccisione…) è inevitabile farsi prendere dalla commozione. Riccardo dal canto suo è rimasto ammutolito e poco dopo ha cercato timidamente di consolarsi dicendo che ne avrebbero costruito un altro. Per fortuna poi l’happy ending gli ha risollevato il morale e durante i titoli di coda ha detto che secondo lui è impossibile costruire un robot che rida alle barzellette e che in generale si comporti come un uomo perché un robot non potrà mai avere un cervello come il nostro. Con buona pace di tutti i cultori dell’Intelligenza Artificiale…

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