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BoxTrolls, requiem per la famiglia?


Visto con Riccardo, 7 anni

BoxTrolls, requiem per la famiglia?

una riflessione radicale su famiglia e identità personale, tra umorismo irriverente, sottigliezze metanarrative e uno stop motion sfavillante

di Demis Biscaro 10/10/2014

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Viviamo tempi in cui mamma e papà sono figure fuori moda e la stessa idea di famiglia è in una fase di profonda revisione. Con tempismo sorprendente il cinema per ragazzi si fa specchio e tramite di questo mutamento, e se da un lato c’è chi riafferma con convinzione i valori della famiglia tradizionale (Dragon Trainer 2), dall’altro c’è chi ne denuncia le disfunzioni e tratteggia immaginari che prospettano inedite modalità di convivenza (Maleficent). Questa è anche la scelta di campo della Laika, la casa produttrice di Coraline e ParaNorman, che nel suo ultimo film racconta la storia del piccolo Trubshaw, un bimbo cresciuto col nome di Uovo dai boxtroll, una specie di gnomi che indossano vecchie scatole e vivono nel sottosuolo del paese di Pontecacio. Nonostante siano del tutto innocui la gente ne è terrorizzata, perciò il sindaco Lord Gorgon-Zole affida al losco Archibald Arrafa il compito di sterminarli tutti. A mettergli il bastone fra le ruote ci pensa però la figlia Winnie, alleata di Uovo e dei suoi simpatici compagni.
Crisi della famiglia, si diceva. E infatti dopo aver ridicolizzato la promessa matrimoniale tra uomo e donna e aver annullato il valore del legame biologico padre-figlio (“Papà è qualcuno che ti ha cresciuto, che ti ascolta, che sta con te” e fine del discorso) la sceneggiatura procede verso posizioni ancora più radicali, arrivando a negare, non senza qualche incertezza, la stessa consistenza delle classificazioni di genere: non esistono uomini e boxtroll ma solo individui la cui essenza sta nell’assoluta libertà di essere sé stessi. In quest’ottica la crisi di identità del protagonista, incerto se essere un ragazzo o un boxtroll, non viene risolta ma piuttosto dissolta come questione priva di senso ed estranea alla realtà delle cose. Non c’è schema che possa incasellare un individuo: “Tu sei un boxbimbo” gli dice il vecchio Trubshaw, “Tu hai creato te”. A questa estrema valorizzazione dell’individualità si accompagna parallelamente la condanna di ogni forma di individualismo: non a caso i boxtroll sono maestri nel gioco di squadra, a differenza degli uomini, capaci solo di rinchiudersi nelle proprie case (e nel proprio ego) quando si sentono minacciati.
Immediata conseguenza di questa prospettiva antropologica è che il male scaturisce dal rifiuto della propria identità e chi si ostina a volersi conformare a dei modelli estranei alla propria indole finisce per scadere nel grottesco o peggio ancora per autodistruggersi, come accade puntualmente ad Archibald Arrafa.
Considerazioni molto forti che vengono paradossalmente messe in forse all’interno della stessa pellicola da una deliziosa traccia metanarrativa, culminante nella scena dopo i titoli di coda in cui un divertito omaggio all’arte dello stop motion ribalta il messaggio superomistico e libertario del film, lasciando allo spettatore la scelta del piano di lettura da privilegiare.
Al di sotto di tutti questi livelli di senso si snoda una storia non particolarmente originale sull’accettazione del diverso e sul rovesciamento dei ruoli tra mostri ed esseri umani, terreno già esplorato con ben altra profondità da ParaNorman. L’esito è comunque gradevole grazie alla presenza dei buffi boxtroll e all’umorismo irriverente della Laika che, tra le altre cose, piazza un paio di sequenze così giosamente scorrette e disgustose da far tornare bambino anche l’adulto più coriaceo. Lo stop motion combinato con la computer grafica marca un ulteriore passo avanti, producendo risultati strabilianti in termini di concretezza delle immagini e gusto per i dettagli: i mondi della Laika sono ruvidi, sporchi e affollati di personaggi dalle qualità piuttosto sgradevoli (protagonisti compresi!) ma non si riesce a fare a meno di amarli, in virtù anche di queste irresistibili imperfezioni che li rendono piú vividi e reali. Mio figlio si è divertito molto durante il film e, fatto mai accaduto prima, ha chiacchierato per tutto il tempo, additando continuamente i dettagli curiosi che via via gli balzavano agli occhi. Patito per molle, leve e ruote dentate, Riccardo avrebbe piú volte fermato volentieri la proiezione per osservare gli strani meccanismi realizzati dai piccoli gnomi nel loro riparo sotterraneo, tanto che il suo personaggio preferito era Scarpa, il boxtroll che collezionava ingranaggi. Ma la sua scena culto è stata quella dell’esplosione di Archibald Arrafa, accolta con un sobbalzo e una risata torrenziale!
Alla fine della storia la caverna crolla, i boxtroll escono e il loro mondo si sovrappone al nostro: è nata una nuova società, forse più tollerante, di certo con meno costrizioni. E mamme e papà? Ci si augura che abbiano imparato a essere piú attenti alle reali esigenze dei loro bimbi, a Pontecacio come altrove.

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