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Biancaneve e i Sette Nani, un capolavoro a metà


Visto con Riccardo, 7 anni e Letizia, 3 anni

Biancaneve e i Sette Nani, un capolavoro a metà

Il primo classico Disney rimane un gioiello della tecnica di animazione ma i messaggi significativi latitano.

di Demis Biscaro 17/06/2013

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Biancaneve e i Sette Nani debutta sul grande schermo il 21 dicembre 1937 a Los Angeles segnando uno spartiacque nella storia del cinema. Ispirato alla celebre fiaba dei fratelli Grimm, il film racconta di come la giovane principessa, perseguitata per la sua bellezza dalla perfida matrigna, trovi rifugio in una casetta nel bosco abitata da sette nani che la accolgono come una sorella maggiore. Fino a quando la regina cattiva riuscirà con una mela avvelenata ad infonderle una morte apparente, da cui si risveglierà solo grazie al bacio del Principe Azzurro.
Primo lungometraggio sonoro completamente realizzato con disegni animati, la pellicola è un prodigio della tecnica di animazione, ancor più stupefacente se rapportata all’epoca in cui fu prodotta, e un punto di riferimento imprescindibile della cinematografia per ragazzi. Il ruolo centrale della colonna sonora, la contaminazione con il musical, la rigida ripartizione dei personaggi in buoni e cattivi, l’ampio spazio riservato alle spalle comiche e l’immancabile lieto fine sono solo alcuni degli elementi che andranno a costituire un vero e proprio canone che condizionerà i film d’animazione occidentali per i 50 anni a venire.
La profondità delle scenografie, ricche di dettagli e di sfumature di colore, e le complesse coreografie delle scene affollate devono essere parse agli occhi degli spettatori di ottant’anni fa più simili ad un sogno ad occhi aperti che non ad un’opera cinematografica. E in quel sogno, la cui sintesi perfetta è il castello del Principe Azzurro sospeso tra le nuvole dai riflessi dorati, si rispecchiava un intero Paese che proprio in quegli anni tentava di ritornare alla vita dopo la Grande Depressione.
Purtroppo, per costruire questa atmosfera incantevole Disney e i suoi collaboratori non esitano a fare a pezzi la fiaba dei Grimm per ricomporla in un pallido simulacro in cui tutta la profonda simbologia originaria è andata irrimediabilmente perduta senza essere rimpiazzata da un’adeguata controparte. Biancaneve non è più una bambina di sette anni che si ritrova proiettata in un mondo irto di pericoli a causa di un incipiente conflitto con la madre e che, al termine di un lungo e sofferto percorso di crescita, si trasforma in una donna pronta per un rapporto di coppia maturo. Al contrario è un personaggio statico e piatto che durante tutto l’arco della storia non attraversa nessuna evoluzione, una fanciulla tanto attraente quanto svampita, paga di adempiere alle faccende domestiche e di sognare il Grande Amore, che tra l’altro ottiene senza alcuno sforzo perché il Principe Azzurro è già ai suoi piedi fin dalle prime scene.
Anche il contrasto con la matrigna è risolto senza l’intervento diretto della protagonista, tramite un deus ex machina utile per aggirare la spinosa questione del superamento del conflitto tra madre e figlia. Ne emerge una figura di donna del tutto subalterna a quella maschile, debole e passiva, incapace di trovare il proprio ruolo nella vita in modo indipendente. E bisognosa perfino che i suoi sensi siano risvegliati dal bacio di un uomo.
D’altra parte lo spazio e l’attenzione riservata ai nani, nominati perfino nel titolo e ridotti a buffe macchiette comiche, la dice lunga sugli intenti prettamente ludici e disimpegnati della pellicola.
Certo Letizia non ha fatto caso a questi difetti e si è lasciata incantare dalla magia dei disegni. Esperta conoscitrice della fiaba (in una delle molte versioni rimaneggiate purtroppo…) ha seguito il suo primo lungometraggio senza battere ciglio, tenendosi stretta la sua Biancaneve di pezza. E quando la sua beniamina ha fatto apparizione l’ha riconosciuta subito, benché vestita di stracci, e con un sussulto di sorpresa ha sospirato “Bianca…neve…”. Dopodiché è rimasta in silenzio senza distogliere gli occhi dallo schermo fino ai titoli di coda.
Qualche giorno dopo però mi ha rivelato che preferiva i nani al Principe Azzurro e che, smentendo i miei timori, non si è spaventata durante le scene più tetre in cui compariva la strega. Il film infatti ha il pregio di esplorare una gamma di emozioni piú ampia di quanto non facciano i successivi lungometraggi Disney, dando spazio anche alla paura e all’inquietudine con alcune sequenze che potrebbero turbare i bambini più sensibili (come la fuga di Biancaneve nella foresta o la trasformazione della strega nella vecchia venditrice di mele).
Neanche a dirlo, a Riccardo queste sequenze dai riverberi horror sono piaciute molto, risultando di fatto le sue preferite, anche se nel complesso si è abbastanza annoiato. D’altronde, a parte qualche scena un pochino più elettrizzante e la simpatia fracassona dei nani, il film non presenta particolari attrattive per un maschietto in età scolare. E vista la pressocché totale assenza di messaggi significativi e la debolezza strutturale della figura della protagonista a ben vedere non è granché consigliabile neppure alle bambine…

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