Recensioni

Belle e Sébastien, amici al di là del pregiudizio


Visto con Riccardo, 7 anni

Belle e Sébastien, amici al di là del pregiudizio

Un film coraggioso che racconta la storia di un'amicizia speciale senza scadere nel sentimentalismo e affrontando questioni delicate con schiettezza e realismo

di Demis Biscaro 9/02/2014

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Sulle pendici delle Alpi franco-svizzere vive Sébastien, un bambino orfano, accudito dal vecchio César che gli fa da nonno, anche se suo nonno non è. E’ il 1943, la Francia è occupata dai tedeschi e anche nel villaggio di Sébastien è dislocata una piccola truppa, col compito di bloccare l’emigrazione clandestina di ebrei verso la Svizzera. Come se non bastasse nei pascoli d’altura si aggira un grosso cane bianco che assale i greggi e fa strage di pecore. O almeno questo è quello che pensano i montanari del luogo, fino a quando il bambino stringerà amicizia con l’animale, che chiamerà Belle, e porterà a galla la verità.
Su una roccia sporgente da una parete a strapiombo stanno un piccolo di camoscio e la sua mamma. Uno sparo improvviso e la femmina rotola giú per il pendio, morta, lasciando il cucciolo in balia di sé stesso, mentre intorno la natura assiste indifferente nella sua impervia e assolata bellezza. A qualche minuto dai titoli di testa il film ci proietta bruscamente nell’universo del piccolo Sébastien, una realtà in cui morte e vita si intersecano quotidianamente e a ciascuno è chiesto senza mezzi termini di prendere una posizione. Come avviene nella scena successiva in cui Sébastien si lascia calare nel vuoto da César per recuperare il piccolo. La distanza dalla serie animata degli anni ’80 è netta: il tono avventuroso e giocoso è rimpiazzato da un’atmosfera drammatica in cui, pur nell’ambito di un prodotto per famiglie, viene messa in scena la vita nelle sue molteplici sfacettature, senza falsi pudori e con un realismo a tratti crudo (non mancano primi piani di arti feriti e sanguinanti). La sceneggiatura riesce a far breccia nell’animo dello spettatore senza appoggiarsi a facili parentesi comiche o strappalacrime ma con la sola forza di un’amicizia schietta, figlia dell’istinto e della solitudine, coltivata caparbiamente in opposizione al pregiudizio comune. Pregiudizio figlio della paura che, se da un lato fa additare come mostro un cane fuggito dal suo crudele padrone, dall’altro consente di odiare un uomo soltanto perché indossa una divisa del colore sbagliato e, su scala tragicamente più vasta, di perseguitare degli innocenti solo perché ebrei. Attraverso il suo legame con Belle, Sébastien imparerà che, nonostante richieda impegno e sacrificio, una vera amicizia sa restituire al momento giusto la forza necessaria ad affrontare prove ben piú dure (come scoprire di essere un orfano).
Oltre all’amicizia, il film riesce a toccare molte altre questioni di grande importanza come la dipendenza dall’alcol, l’asprezza della guerra, la necessità di seguire la propria vocazione e perfino l’insondabilità del male. “Nessuno nasce cattivo” comunica André a Sébastien “Ma allora perché il padrone picchiava Belle?” ribatte il piccolo. “Non c’è un perché.” sentenzia il taglialegna. Il male accade e a volte non c’è modo di evitarlo.
Comprimaria d’eccezione, che non di rado ruba la scena ai protagonisti, è la natura, il cui silenzioso dialogo con lo spettatore passa attraverso immagini mozzafiato che ne esaltano la maestosità senza nasconderne le insidie. L’armonia che scaturisce da quel contrappunto di prati, monti, ruscelli e distese innevate è l’esito di un groviglio di rapporti di forza non di rado spietati e irrazionali (con quale gusto Belle si mangia una rana perfettamente innnocua!) e sottovalutarli anche solo per un attimo può essere fatale (come nell’episodio della valanga).
Riccardo è rimasto visibilmente colpito dall’incipit del film e, dopo un primo momento di incertezza, ha riconosciuto che non si sarebbe lasciato calare come Sébastien a penzoloni nel vuoto. Nel contempo però questo atto di coraggio l’ha messo subito a stretto contatto col protagonista (Belle viceversa non ha raccolto altrettanto bene le sue simpatie), tenendo desta la sua attenzione per una storia collocata in tempi e luoghi del tutto estranei alla sua quotidianità. Il finale aperto e privo di un lieto fine canonico invece l’ha lasciato disorientato: “Come finisce? Cosa succede dopo?” mi ha chiesto con tanto d’occhi. “Be’, ecco…” ho abbozzato incerto “Sébastien comincia la scuola…la guerra prosegue…insomma, la vita continua…” Si vedeva che non era soddisfatto di questa risposta ma non ha replicato. Col tempo imparerà che le storie migliori sono come la vita, che – com’è noto – non conclude.

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