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Atlas Ufo Robot, in principio era Goldrake


Visto con Riccardo, 7 anni

Atlas Ufo Robot, in principio era Goldrake

Il primo robottone e il suo indimenticabile pilota Actarus continuano a far sognare sempre nuove generazioni

di Demis Biscaro 20/09/2014

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Accompagnato dalla memorabile sigla di Vince Tempera, il 4 aprile 1978 Goldrake atterra per la prima volta sui teleschermi di mezza Italia aprendo la strada a una schiera di robottoni giganti, destinati a stravolgere l’immaginario fantastico di un’intera generazione di ragazzini. Al suo comando c’è Actarus, ovvero Duke Fleed, principe del pianeta Fleed, fuggito sulla Terra dopo che le truppe del Re Vega hanno annientato la sua gente.  A dargli man forte si schiera da subito Alcor (alias Koji Kabuto alias Ryo, già pilota di Mazinga Z) a cui si uniranno nel corso della serie Venusia e Maria, sorella di Actarus, coordinati dal Dottor Procton, lo scienziato che aveva accolto Duke Fleed come un figlio al suo arrivo sulla Terra.
Terzo e ultimo segmento della saga cominciata con Mazinga Z e proseguita con Il Grande Mazinga, Ufo Robot Grendizer (questo il nome originale) si stacca nettamente dai capitoli precedenti per una maggiore attenzione ai personaggi e alla loro interiorità. Per la prima volta, due donne, Venusia e Maria, sono componenti attive della squadra di difesa della Terra e non semplici figure subalterne come Sayaka e Juno nei due Mazinga. Su tutti spicca però Actarus, uno dei personaggi più cool della storia dell’animazione: riflessivo, leale, responsabile ma nello stesso tempo tenace e combattivo, è un essere superiore disceso dai cieli, a cui è destinato a fare ritorno dopo aver bevuto suo malgrado l’amaro calice della guerra per la salvezza dell’uomo (vi ricorda qualcuno?). E’ un eroe forte e carismatico ma dall’animo profondamente umano e dunque capace di innescare meccanismi di emulazione positiva nei piccoli spettatori (“Quando è in difficoltà a volte Actarus piange come me però non molla mai e allora anch’io devo mettercela tutta!”).
“Violento”, “fascista”, “anticamera della droga”, “angelo sterminatore”, “satanasso made in Japan”: questi sono alcuni degli appellativi che un’ampia schiera di opinionisti e intellettuali di spicco affibbiò a Goldrake qualche tempo dopo la sua comparsa in TV. Lo shock culturale evidentemente aveva giocato un brutto tiro perché in realtà la serie, grazie anche ai frequenti momenti di riflessione, lancia messaggi diametralmente opposti, sviluppando temi di grande importanza come il pacifismo, la fratellanza universale tra i popoli e l’ambientalismo. La guerra in particolare è rappresentata come la diretta emanazione del Male (incarnato da re Vega) per il carico di sofferenza e devastazione che porta con sé e che non risparmia neanche la natura, deturpata dalle bombe e dalle radiazioni Vegatron, la nefasta fonte di energia dei veghiani che adombra i disastri nucleari di Hiroshima e Nagasaki.
Il mecha design di Goldrake è semplice e basato sulle superfici stondate e i volumi cilindrici tipici dei robot nagaiani, mentre i mostri di Vega hanno un aspetto decisamente più ingenuo di quello dei due Mazinga. Nonostante ciò i combattimenti sono comunque emozionanti, per merito di una regia molto vivace che colloca la macchina da presa in mezzo al campo di battaglia o addirittura all’interno della stessa cabina di pilotaggio di Goldrake, offrendo soggettive di grande effetto. Un inatteso valore aggiunto è dato anche dal leggendario doppiaggio di Romano Malaspina che presta ad Actarus una voce vibrante e di forte impatto emotivo: come dimenticare il grido “Alabarda Spaziale!”, inventato dallo stesso Malaspina?
Particolarmente originale è anche l’atmosfera vagamente retrò che si respira per tutto l’anime, dovuta sia all’ambientazione western in cui è calata la vita quotidiana dei protagonisti, sia alle navicelle di Vega, che sembrano uscite da un fumetto di fantascienza degli anni’ 50.
Riccardo si è accostato a questa serie con gradualità. Da principio non ne era molto attratto a causa del grande spazio dedicato alle riflessioni e ai rapporti interpersonali dei personaggi a discapito dei combattimenti. A poco a poco però è riuscito a entrare in sintonia con il mood della storia anche grazie alla simpatia di Rigel, padre di Venusia, e spalla comica insostituibile. In breve tempo si è innamorato della livrea da combattimento di Actarus e, come tutti i bambini degli anni ’80, si è posto la fatidica domanda: “Ma perché il seggiolino di Actarus deve fare un doppio mezzo giro per passare dai comandi del disco a quelli di Goldrake?!”. E, com’era prevedibile, è rimasto piuttosto indifferente ai risvolti romantici delle relazioni tra Actarus e Venusia e tra Alcor e Maria.
Per me, cresciuto all’ombra del mito di Goldrake, guardare l’anime insieme a mio figlio è stato come mescolare una parte della mia infanzia alla sua per ritrovarmi insieme a lui non più come padre e figlio ma come semplici amici: due ragazzini con lo sguardo perso per quella gigantesca Alabarda che non ha ancora smesso di scintillare.

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