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Asterix e il regno degli Dei, che mitici questi Romani


Visto con Alex, 5 anni, Giorgio, 3 anni

Asterix e il regno degli Dei, che mitici questi Romani

Il film mescola abilmente intrighi machiavellici, azione e divertimento in un mix irresistibile, avanzando nel contempo una delle più riuscite critiche al capitalismo, soprattutto americano

di Karin Ebnet 15/01/2015

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Nell’Armonica del 50 Avanti Cristo, un piccolo villaggio resiste strenuamente all’avanzare di Roma. Gli abitanti, un gruppo di irriducibili Galli armati di una preziosa pozione preparata dal druido Panoramix che rende invincibili, sono litigiosi e attaccabrighe, e il loro sport preferito è strapazzare appena possibile i soldati romani. Esasperato dalla situazione Cesare decide così di cambiare tattica. Se il suo esercito non è riuscito a conquistarli con la forza, annienterà quei barbari di Galli portando la civiltà romana fino alle porte del loro villaggio, costruendo una zona residenziale per nobili romani, ovvero Il regno degli Dei del titolo.
A otto anni dal deludente Asterix e i Vichinghi (tralasciando le parentesi in live-action), arriva sul grande schermo la nona trasposizione del celebre fumetto nato nel 1959 dalla matita di Albert Uderzo e dall’arguzia di René Goscinny, che traghetta Asterix nell’era contemporanea, conquistando le nuove generazioni col suo genuino umorismo, ma senza deludere chi è cresciuto leggendo gli albi o guardando i vecchi film in televisione. Per la prima volta nella saga, il film è stato realizzato interamente in Computer grafica, con uno stile morbido ma ben delineato che si adatta perfettamente allo spirito dei personaggi e non fa sentire la mancanza del tradizionale 2D delle pellicole precedenti. Oltre a essere accattivante, la grafica è anche molto espressiva e fedele al materiale originale lasciato da Goscinny e Uderzo, tanto da ricevere il beneplacito dello stesso Uderzo e della figlia di Goscinny, Anne, che ha seguito da vicino tutta la lavorazione. Uno dei punti di forza del regno degli Dei è proprio il grande rispetto che si respira per l’opera originale, di cui mantiene intatto anche e soprattutto lo humour, che scaturisce come sempre da gustosissime gag e trovate visive di fronte alle quali è impossibile non ridere. Attenzione però che il film non è solo un’inesauribile escalation di comicità. Tratto da uno dei più complessi albi della serie, Il regno degli Dei mescola abilmente intrighi machiavellici, azione e divertimento in un mix irresistibile, avanzando nel contempo una delle più riuscite critiche al capitalismo, soprattutto americano. I Galli vengono tentati dal lusso e dagli agi della vita “moderna” dei Romani, che portano a galla le loro debolezze, ma è proprio a partire da queste e dal riconoscimento dei loro errori che potranno riprendere la difesa del loro villaggio contrattaccando efficacemente Cesare. L’adattamento per il grande schermo di Louis Clichy e Alexandre Astier ha anche il merito di aver approfondito e portato in primo piano personaggi secondari di grande spessore e significato, come lo schiavo di colore, il più astuto, intelligente e colto di tutti, dal linguaggio forbito e dal pensiero filosofico. E c’è spazio anche per le emozioni piú tenere, come quelle suscitate dall’amicizia tra il bambino e il suo “Ercole” Obelix.
Ed è proprio quest’ultimo ad aver conquistato definitivamente Giorgio (non ancora quattro anni). Nonostante avesse già visto tutte le avventure, con una predilezione per Asterix e Cleopatra e Le dodici fatiche di Asterix, era finora troppo piccolo per divertirsi appieno come invece faceva Alex, vicino ai sei anni. Con Il regno degli Dei, invece, è riuscito a entrare perfettamente nello spirito del cartone, si è innamorato del gigante buono Obelix e del suo furbo e veloce cagnetto Idefix, e ha riso a crepapelle durante tutte le scazzottate tra Galli e Romani. Proprio quelle per le quali ha una predilezione Alex, che ha trovato il film fantastico, superlativo, divertentissimo. In una parola: “mitico”.

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