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A Bug’s Life, megaminidivertimento


Visto con Riccardo, 9 anni e Letizia, 5 anni

A Bug’s Life, megaminidivertimento

Divertimento garantito grazie a tante gag e a un pugno di personaggi ben assortiti, ma la profondità di Toy Story è un ricordo lontano

di Demis Biscaro 1/03/2016

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Alle soglie dell’estate nell’Isola delle Formiche sono tutti al lavoro per ammassare abbastanza granaglie da sfamare uno stormo di cavallette che puntualmente si presenta ogni anno a riscuotere il tributo, capeggiate dal terribile Hopper. Questa volta però qualcosa va storto: Flik, una formica inventore piuttosto maldestra, fa cadere accidentalmente in acqua le provviste mandando su tutte le furie Hopper. Per rimediare non gli resta che partire alla ricerca di un gruppo di valorosi guerrieri in grado di difendere la sua colonia dal prossimo attacco delle cavallette, determinate a tornare prima dell’autunno per prendersi una nuova scorta di cibo. Per errore però Flik arruola un gruppo sgangherato di insetti da circo…

Nel 1998, a tre anni dal successo di Toy Story, John Lasseter e Andrew Stanton portano sul grande schermo una storia che prende spunto da “I sette samurai” di Kurosawa rivisitandolo in chiave comica e disimpegnata, perfetta per un pubblico di giovanissimi. Se a Woody e Buzz toccava l’onere di convincere gli spettatori che anche i personaggi “fatti al computer” potevano avere la stessa vitalità e lo stesso calore umano dei disegni animati in modo tradizionale, con “A bug’s life” la Pixar si gode la vittoria, imbastendo una trama molto piú semplice, dove il divertimento prevale sull’approfondimento psicologico dei personaggi e la cura delle singole sequenze sullo sviluppo complessivo della storia.

Non mancano alcune scelte audaci, come la caratterizzazione di Francis, una coccinella maschio trattata da tutti come una femmina per via del suo aspetto, o l’atroce fine che viene riservata a Hopper, ma i messaggi sono sempre uno o due passi indietro rispetto alle gag comiche e non sempre sono ben focalizzati. Il punto di avvio è il desiderio di Flik di distinguersi dalla massa ma la conclusione è una (improvvisa) assunzione di consapevolezza collettiva da parte di tutte le formiche, che capiscono di poter sconfiggere le cavallette in virtú non delle qualità di alcuni individui ma in quanto gruppo compatto e numeroso. Che si tratti di coscienza di classe o del piú tradizionale motto “l’unione fa la forza”, in ogni caso è la negazione dell’individualità.

La computer grafica, notevolissima vent’anni fa, mostra oggi qualche screpolatura, perché se l’universo urbano artificiale di Toy Story riusciva a camuffare egregiamente l’eccessiva semplificazione di alcuni volumi, l’ambiente naturale non perdona e per chi ha negli occhi il realismo quasi fotografico raggiunto di recente dalla stessa Pixar (si pensi a “Il viaggio di Arlo“) lo scarto è evidente.

Per godersi al meglio il film non resta dunque che abbandonarsi alle numerose gag e in particolare quelle che hanno per protagonisti gli animaletti da circo: l’insetto stecco, il bruco ciccione, gli incomprensibili onischi, l’elegante vedova nera e naturalmente l’ambigua coccinella. Tanto che quasi non ci si accorge che alcuni insetti sono stati semplificati per esigenze sceniche: le formiche, la mantide e la coccinella, ad esempio, hanno solo quattro zampe, ma non le cavallette che con le loro sei zampe appaiono per contrasto ancora più “mostruose”.

Riccardo e Letizia si sono lasciati trasportare dalle frequenti trovate comiche senza affezionarsi a nessun personaggio in particolare. Il film infatti ha un impianto piuttosto corale, anche perché il protagonista Flik non spicca e si lascia facilmente rubare la scena dal titanico Hopper, tanto che Riccardo, in genere piuttosto empatico con gli inventori e i personaggi creativi, gli ha prestato pochissima attenzione.
Ma piú ancora che dalle gag i miei bimbi sono rimasti conquistati dalle sequenze avventurose, come la fuga dall’uccellino tra le zolle di terra screpolate o il volo sul finto uccello durante l’attacco delle cavallette. Un bel giro in giostra che però, dopo i titoli di coda, è stato dimenticato piuttosto velocemente.

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