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Tomorrowland, una meraviglia a metà


Tomorrowland, una meraviglia a metà

L'ultima fatica di Brad bird è un'opera diseguale, che alterna prodogiose avventure dal taglio "eighties", architetture visionarie e speranze a buon mercato

di Demis Biscaro 1/06/2015

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A soli undici anni Frank Walker è già un promettente inventore. In visita all’esposizione mondiale di New York del 1964, Frank riceve da una ragazzina di nome Athena (Raffey Cassidy) una spilla che gli apre le porte di un mondo inimmaginabile: Tomorrowland, città sperimentale collocata in una dimensione parallela, dove vengono raccolte le migliori menti creative perché possano trasformare le proprie idee in realtà. Un sogno fantastico che per Frank si interrompe bruscamente di lì a qualche anno quando viene esiliato per contrasti col governatore David Nix (Hugh “Dr House” Laurie). Quarant’anni dopo un grave pericolo minaccia la Terra e Athena, che in realtà è un sofisticatissimo androide, torna a cercare Frank (George Clooney) allo scopo di introdurre a Tomorrowland Casey Newton, una caparbia adolescente che con la sua inventiva rappresenta forse l’ultima ancora di salvezza per l’umanità.

Ispirandosi all’idea originaria di Walt Disney di un “Prototipo sperimentale di comunità del futuro” (EPCOT), Brad Bird (Premio Oscar per Gli incredibili e Ratatouille) e Damon Lindelof (sceneggiatore di Lost), danno vita a un’ambientazione urbana di grande impatto visivo e dal sapore retrofuturistico, dove tecnologie avveniristiche e look anni ’60 vanno a braccetto e la lucida verticalità delle architetture armonizza perfettamente con gli elementi naturali (acqua, cielo e verde) restituendo una sensazione di leggerezza e libertà immancabili in quella che si presenta come la terra dei sogni.

Ma al di là dei prodigi della computer grafica, ciò che fa letteralmente sussultare il cuore è la straordinaria capacità del regista di far rivivere, nella prima parte del film, lo spirito della fantascienza per ragazzi anni ’80, omaggiando nello stesso tempo mezzo secolo di immaginario cinematografico fantastico, da Ultimatum alla Terra a Guerre Stellari, da Il pianeta delle scimmie a Men in black, passando per Il pianeta proibito, Robocop, Terminator e, naturalmente, Il gigante di ferro. La genuinità delle trovate e la bravura degli interpreti (in particolare Clooney e la piccola Raffey Cassidy, nonostante quest’ultima sia penalizzata da un doppiaggio inadeguato) sono quasi commoventi e riportano lo spettatore indietro di trent’anni: è Tomorrowland ma potrebbe essere Navigator o Explorers adattati ai ritmi del cinema odierno e ibridati con suggestioni steampunk. Non manca neppure una storia d’amore sui generis calibrata su misura per toccare nel vivo anche gli animi più nerd.

Vistose crepe emergono viceversa nella seconda parte del film, a causa di uno script monocorde che ruota intorno a un’unica idea enunciata ripetutamente in modo ossessivo: i sogni salveranno il mondo, l’importante è non mollare e lottare fino in fondo per vederli realizzati. Una forma di pensiero positivo tanto seducente quanto semplicistico, in linea col disneyano “Se lo puoi sognare lo puoi fare”, che rigetta l’autocommiserazione ma che mostra anche tutta la sua inconsistenza se applicato a questioni complesse come i problemi ambientali planetari o la convivenza tra i popoli. A farne le spese è prima di tutto il personaggio stesso di Casey Newton, una protagonista evanescente e sfocata la cui presunta genialità si riduce a una trovata da niente figlia proprio di quell’idealismo velleitario che si illude di rovesciare il rapporto di causalità chiudendo gli occhi di fronte ai dati di fatto. Le catastrofi, purtroppo, non aspettano e non basta cambiare canale per fermarle.

D’altronde l’idea stessa di Tomorrowland mostra non poche zone d’ombra, tanto da far pensare a una distopia di lusso più che a una vera e propria utopia. A partire dall’assunto elitario di fondo, per cui il miglioramento del mondo non si basa sul contributo di tutti, ciascuno secondo le proprie capacità, ma sull’eccellenza di pochi singoli individui superiori a cui è concesso il privilegio di accedere a uno standard di realtà più elevato. Senza contare che questa città “ideale” sottrae le menti migliori alla società “normale” restituendole in cambio non si sa bene cosa.

“Tomorrowland – Il mondo di domani” è un’opera diseguale che promette molto e poi delude ma che riesce a suscitare un rinnovato senso di meraviglia nei confronti del possibile. E che lascia per giorni il vivido ricordo di uno sguardo tutto lentiggini puntato dritto al cuore di quei ragazzini di trent’anni fa.

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