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Monsters &Co., 3 motivi per cui adoro il film. E piace anche a mia figlia


Monsters &Co., 3 motivi per cui adoro il film. E piace anche a mia figlia

I bimbi a volte esagerano, nel voler rivedere all'infinito le loro avventure preferite. Ma a volte, così facendo, ci fanno un gran favore. Ecco perché il capolavoro Pixar può piacere - eccome - anche a una mamma

di Simona Redana 16/09/2014

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Avete presente quella malsana (per noi mamme/papà) abitudine dei bambini di vedere e rivedere all’infinito lo stesso cartone animato? Se da buoni genitori non piazzamo i figli davanti al televisore ma ci preoccupiamo di partecipare attivamente alla visione dei loro programmi preferiti, l’instancabile desiderio infantile di riguardare sempre le stesse cose può portarci alla follia.
Soprattutto se il bimbo in questione, come nel caso della mia Emma, ha un paio d’anni e sta vivendo quella fase in cui rimane affascinato da ciò che vede ma non lo comprende appieno (e a volte affatto). E passa quindi un’ora e mezza a chiedervi “Chi è?“, “Cos’è?“, “Cosa fa?“, “Cosa dice?“.
Questa estate per esempio la piccola Emma si è vista, rivista e rivista ancora Monsters &Co., un vero e proprio capolavoro della Pixar che ho rispolverato apposta per lei quando ho trovato tra gli scaffali della mia vecchia – vabbè non così vecchia – cameretta da adolescente il pupazzone azzurro di Sulley.
Ho passato tutto agosto a vedere Monsters & Co. più e più volte, preferendolo addirittura – e con mia grande gioia – a Peppa Pig. Ed ecco dunque 3 ragioni per cui amo quel film, e perché non mi stancherei mai di guardarlo e riguardarlo e riguardarlo ancora insieme a Emma.

BOO

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Boo, la co-protagonista femminile e umana del film, è uno tra i personaggi più adorabili, realistici ed emozionanti del mondo del cinema animato. Boo ha più o meno l’età di mia figlia ed è… una bambina. Ma una bambina vera, non una di quelle protagoniste dei cartoni che pur avendo una manciata d’anni ti snocciolano frasi infarcite di congiuntivi e sono in grado di pilotare perfettamente un aeroplano in caduta libera nel gran finale. Boo è una… finta bimba vera assolutamente perfetta. Parla come un bambino di due anni – nel senso che chiacchiera un sacco ma si capisce una parola ogni dieci -, ci mette un’ora a fare pipì, ama disegnare, quando le si toglie di mano un orsacchiotto di peluche piange e grida come se la stessero sgozzando, riconosce al volo gli adulti – anche se si tratta di mostri – con un lato paterno/materno più marcato di altri e sa di potersi fidare all’istante di loro, ride, e quando ride illumina – in questo caso letteralmente – la stanza. Ho amato Boo fin dalla prima visione del film. E ai tempi ero decisamente più giovane e soprattutto non ero ancora mamma. Oggi, poi, Boo mi riconquista a ogni visione: inutile negare che mi ricorda mia figlia che, come la sua versione cartoon, è riuscita a scalfire il cuore di un “mostro” e a tirar fuori il suo lato più bello. Cosa ne pensa Emma di Boo? Sappiate solo che mia figlia si gode Monsters & Co. sul tablet e che, utilizzando l’apposita barra, seleziona solo le scene del film in cui compare lei!

La trama

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La trama di Monster & Co. è a dir poco geniale. Emma non è ancora in grado di afferrarla e per il momento si limita a godere delle scene in cui Boo è presente in cui si rispecchia facilmente (capisce perché Boo piange, ride per le stesse cose e comprende le poche paroline che pronuncia la piccola). Ma non vedo l’ora che cresca e che riesca a seguire la storia di questo mondo di mostri in piena crisi energetica che sopravvive grazie alla Monsters & Co., un’azienda che riesce a tramutare in energia le urla dei bambini. Questi ultimi vengono raggiunti dagli operai della fabbrica grazie a delle speciali porte che permettono loro di entrare in un’altra dimensione, quella del mondo umano, spuntando dagli armadi delle camerette. Nelle loro otto ore di lavoro, gli operai della Monsters & Co. devono attraversare più porte possibile e riuscire a far urlare di paura i bambini per raccogliere l’energia necessaria a salvare sia l’azienda che il loro stesso mondo. Ma per Sulley e colleghi non è certo una passeggiata: ad attenderli nelle camerette ci sono i bambini di oggi, sempre più abituati alla violenza e agli effetti speciali della televisione e quindi sempre più annoiati e immuni alle “sane” paure di una volta, come quella del mostro che ti spuntava da sotto il letto se tenevi un piede fuori dal lenzuolo. E poi c’è il fatto che loro, i bambini, sono tossici. E qui si arriva al terzo punto.

La morale

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Gli operai della Monsters & Co. svolgono un lavoro importante e per questo, soprattutto i più bravi come il protagonista Sulley, ricevono complimenti e pacche sulle spalle da amici, parenti e passanti. Ma in fondo si tratta sempre di un lavoro, con tanto di cartellino da timbrare a inizio turno, pausa pranzo, macchinetta del caffé, pratiche e moduli da compilare e consegnare in segreteria, ecc. E non si può dire che nonostante l’aspetto mostruoso non siano brave persone bravi mostri. Anzi. Sono simpatici, cordiali, sensibili, dolci, a volte addirittura timidi e tutti (tranne il cattivo della storia, l’inquietante Randall) di buon cuore. E allora come fanno a passare otto ore il giorno a ridurre in lacrime poveri bambini innocenti? Semplice. È stato insegnato loro che i bambini non sono affatto innocenti. Waternoose, il proprietario dell’azienda, è riuscito a convincere tutti che i bambini siano tossici e cattivi, e che anche solo venendo in contatto con un oggetto appartenuto a loro si rischi la morte. Convincendo gli operai di avere a che fare con esseri strani, diversi, pericolosi, cattivi, inferiori, Waternoose riesce così a eliminare ogni traccia di pietà nei suoi dipendenti.

Waternoose non vi ricorda un noto personaggio storico che riuscì a convincere milioni di persone che il mondo fosse diviso in persone superiori e persone inferiori? Monster & Co., in fondo in fondo, parla anche di questo. Parla di razzismo, della paura del “diverso”, una paura radicata nel profondo in molti di noi. Una fobia che molti non tentano di superare provando a verificare se l’oggetto delle loro paure sia realmente cattivo, tossico, pericoloso. I bambini non hanno mai provato a stringere la mano al mostro sotto al loro letto, eppure scoprirebbero che si tratta di un simpatico chiacchierone che va matto per il sushi. I mostri non hanno mai provato a far ridere anziché piangere un bambini, eppure scoprirebbero che i piccoli umani sono tutt’altro che pericolosi, e che le loro risate potrebbero anche salvare Mostropoli.

 

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