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Il potere dell’animazione


Il potere dell’animazione

Intervista a Guido Tavassi, autore di un saggio sull'animazione giapponese, che tra Lupin, Heidi, L'uomo tigre e il recente Chi Sweet Home ci spiega anche qual è la forza più grande del medium

di Luca Maragno 12/02/2013

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Storia dell’animazione giapponese. Autori, arte, industria, successo dal 1917 a oggi. Si intitola così il saggio firmato da Guido Tavassi ed edito da Tunué (euro 24, pp. 608) che fotografa esaustivamente come e perché il Giappone è uno dei più avanzati (se non il più avanzato) Paese produttore di cartoni animati del mondo. Tavassi è anche padre di due bambine, di 5 anni e mezzo una e 1 anno e mezzo l’altra, e Movie For Kids ha voluto intervistarlo proprio sui temi che ci sono più cari, ovvero il rapporto tra animazione e pubblico.

Perché il Giappone è uno dei massimi produttori di cartoni animati del mondo?
«Questo aspetto è legato all’attitudine a esprimersi per immagini che il Giappone condivide soprattutto con la Cina. Una capacità millenaria se pensiamo che gli antenati dei manga, dei fumetti, li troviamo già negli emakimono, rotoli illustrati del X secolo di derivazione cinese. Questa attitudine ha fatto sì che nel tempo si sia sviluppata una capacità di narrare con le immagini che non ha paragoni nel mondo, prima sulla carta stampata con illustrazioni, fumetti, e poi con l’animazione».

I cartoni animati non sono sempre “per bambini” e l’animazione giapponese sembra evidenziare particolarmente questo aspetto…
«In occidente siamo abituati a considerare l’animazione un prodotto per bambini ma in realtà è un medium e in quanto tale viene riempito di qualsiasi contenuto. L’animazione è un contenitore non un genere. C’è l’animazione per i bambini come ci sono i film per bambini, ma c’è tutta una produzione che ha altri target. In Giappone l’animazione viene creata con riferimento a target ben differenziati, addirittura per categorie sociodemografiche: studenti, piuttosto che lavoratori».

Mfk nasce proprio con questa idea, spiegare che i cartoni animati non sono sempre adatti a tutte le età e aiutare i genitori a scegliere bene. Eppure in tv, soprattutto in passato, si sono visti cartoon di ogni genere..
«In Italia negli anni ’70, quando c’è stata l’esplosione delle tv private, c’era il problema di come riempire i palinsesti. All’epoca le serie giapponesi costavano poco e si acquistavano a pacchi e noi non avevamo nessuna idea di cosa fosse un prodotto d’animazione. Abbiamo sempre pensato che l’animazione fosse un prodotto per bambini. Nell’opinione pubblica continua a essere un prodotto per loro ancora oggi. Questo errore grossolano di fondo ha determinato la demonizzazione dell’animazione giapponese. Molto spesso erano serie che non erano pensate per i più piccoli. Per cui si è arrivati perfino al paradosso di prendere questi cartoni animati e di mutilarli in tutti i modi perché dovevano essere infilati per forza nella testa di un bambino. Una violenza prima di tutto all’opera e agli autori e poi anche proprio i più giovani perché non sono stupidi e si rendono conto che poi non c’è coerenza o logica nella storia».

Quindi ogni cartone animato ha un target ben preciso, soprattutto quelli giapponesi?
«Se è vero che da un lato abbiamo una differenziazione di target e quindi serie per i bambini delle alimentari, per gli adolescenti e per gli adulti, dall’altra è anche vero che c’è una particolare attitudine a creare soggetti multilivello. Prendiamo l’esempio dell’Uomo Tigre che voi avete trattato. L’Uomo Tigre è un caso emblematico di opera con più livelli di lettura. In Giappone fu una serie che appassionò giovani e meno giovani. Da un lato l’eroe buono e positivo che si batteva per i più deboli contro le prepotenze affascinò i più piccoli perché era un simbolo facilmente decifrabile. Dall’altro era anche il simbolo dell’uomo medio della società giapponese, schiacciato dal sistema, costretto a determinati comportamenti. In questo personaggio si riconobbero anche i salary men e gli impiegati e per questo fu un’opera che ebbe un successo notevolissimo perché attrasse più fasce di pubblico. Ci sono due aspetti da considerare rispetto alla domanda che mi ha posto: la differenziazione di target e la possibilità che una stessa opera si presti a differenziazioni per più fasce di pubblico. Queste sono opere più universali in cui ogni fascia di pubblico può trovare soddisfazioni per motivi diversi».

Quali sono le principali differenze tra animazione giapponese e occidentale?
«In quella giapponese c’è molta più vita di quanto non ce ne sia in altra animazione commerciale seriale, come per esempio quella americana. Gli Usa sono distantissimi dalla realtà in questo. Uno dei motivi per cui l’animazione giapponese ha avuto successo in passato e continua ad averne è proprio questo: non mistifica la realtà, la riproduce simbolicamente. Che è anche la principale potenzialità del medium».

In che senso?
«Qual è il potere dell’animazione? Il motivo per cui un bambino può vedere animazione anche non necessariamente pensata per una fascia d’età prescolare o scolare sta nel fatto che è altamente simbolica. È chiaramente irreale. Il bambino capisce che non è vero, perché non è di fronte a un’immagine realistica. In questo c’è già un filtro molto forte che favorisce un’assimilazione non “pericolosa” come un’immagine dal vero. C’è l’immediata percezione della finzione e quindi una valvola di sicurezza. Poi, a seconda dei contenuti, ce ne sono di più o meno accettabili, ma già il fatto che sia simbolica e lo sia in maniera palese, in qualche modo mantiene il bambino “al sicuro”.

Questa consapevolezza come caratterizza l’animazione Giapponese in termini di contenuti?
«Ci sono spesso concetti e trame effettivamente più complesse. Anche quando una serie è pensata per i bambini come la nota Doraemon o la recente Chi Sweet Home. Quest’ultima è una serie di episodi di 10′ brevi sulle vicende di una gattina in una famiglia borghese. Attraverso un personaggio buffo e innocuo si veicolano comunque questioni, temi e aspetti legati alla realtà quotidiana. Serie di questo tipo sono molto intelligenti perché mettono il bambino davanti alla sua realtà e gliela fa rivivere in modo che lui ci si possa ritrovare. Sono forme di intrattenimento che danno molta più soddisfazione perché se io riconosco delle cose che ho vissuto, l’intrattenimento diventa anche un momento di apprendimento e di chiarificazione. Gli Antenati o Braccobaldo, per esempio, offrono situazioni meno realistiche, non dal punto di vista del disegno e dell’immagine ma proprio del contesto e del messaggio. È divertente, ma alla fine ci si annoia molto prima. O almeno così è per i miei figli».

Cosa fa vedere ai suoi figli?
«Sto proponendo Heidi alla più grande, ma quello che vede più volentieri oggi sono i Baby Looney Tunes».

Cosa ne pensa dell’animazione italiana?
«È poco visibile anche nei palinsesti televisivi che sono poi il veicolo di diffusione principale per i più piccoli. Tolte le Winx, che sono la punta di diamante della produzione italiana commerciale e che hanno effettivamente successo fuori dai confini nazionali, c’è poco. Episodi che hanno avuto molto successo come La gabbianella e il gatto o La freccia azzurra, sono lungometraggi con una distribuzione cinematografica che poi non rimangono molto nelle sale. Abbiamo una produzione scarsa anche rispetto a quello che si è mosso negli ultimi anni in Europa. In Belgio e in Francia si è sempre fatto animazione ma ora anche gli spagnoli ne fanno tanta, interessante, di qualità e soprattutto per bambini. C’è da dire, però, che una vera e propria industria c’è solo in Giappone (dove è arrivata a contare addirittura il 10% del PIL) e negli Stati Uniti».

Quali cartoni animati giapponesi consiglia ai lettori di MfK? Può segnalarceli per fasce d’età?
«Ai 3+ senz’altro il già citato Chi Sweet Home. È una serie buffa e garbata del 2008 e i bambini lo vedono con piacere perché c’è un gattino. Per i 7+ ci sono serie storiche come Doraemon, che dura da una vita, Conan il ragazzo del futuro e Heidi. Shin Chan è già un po’ più provocatoria. Fa parte di un genere caricaturale che fa il verso alla società di oggi, quindi legato al quotidiano e al vissuto giapponese. Il protagonista è un bambino e la sua famiglia e vengono riprese molte situazioni vissute dai bambini comprese le relazioni con i genitori».

E Lupin III o i robot come Mazinga e Goldrake?
«L’animazione robotica i bambini delle elementari la vedono tranquillamente. Quella violenza di cui tanto si parlava è una violenze chiaramente non realistica, quasi teatrale. Non è di per sé molto perturbante. Mentre invece veicolano una serie di valori importanti come la fiducia in se stessi, l’amicizia, lo spirito di sacrificio, il coraggio, il lavoro in team: sono tutte cose che ai bambini fanno bene. La prima serie di Lupin invece non nasce come prodotto per bambini, direi di consigliarla almeno ai 12+. È tratto da un fumetto ispirato alla nouvelle vague. È un gangster positivo che non uccide, ma è un delinquente, uno che ruba, un fuorilegge e c’è una particolare vena erotica che nella prima serie è più marcata. Poi dalla seconda serie prevale l’elemento più comico e scanzonato, c’è più umorismo e più gag e diventa più abbordabile col ladro gentiluomo e la polizia che lo insegue».

Altri approfondimenti sull’animazione giapponese:

Heidi e i bei cartoni scorretti di una volta

L’uomo tigre, la lotta per l’anima

Gaiking, draghi, robot e spirito di squadra

Mazinga, la storia del primo robottone ammazzacattivi

I “robottoni”, storia di un mito!

Ponyo, la sirenetta psichedelica

Heidi, la didattica del quotidiano

Arrietty, la potenza della poesia

Totoro, un gattone grosso come un armadio

Steamboy, ingranaggi, vapore e… noia

Conan il ragazzo buono

L’isola del tesoro, pirati anche per adulti

 

Il saggio di Guido Tavassi, edito da Tunué

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