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Fast Food Cartoon: il computer ucciderà l’animazione?


Fast Food Cartoon: il computer ucciderà l’animazione?

Heidi, Ape Maia, Topolino e tanti miti del passato tornano in computer grafica. Tutti simili, freddi, impoveriti. Cosa sta succedendo al mondo dei cartoni animati? (con la partecipazione di Enzo D'Alò)

di Luca Maragno 5/03/2014

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Stanno uccidendo i nostri miti. Uno per uno. Il primo a cadere è stato Topolino. Quando ho visto la sua casa tutti i ricordi d’infanzia sono stati seppelliti sotto una manciata di poligoni. Poi è stato il turno dell’Ape Maia. Il rozzo e pure approssimativo disegno degli insetti del mondo di Maia degli anni ’70, è stato sostituito da freddi modelli 3D, sempre perfetti, ma sempre noiosamente uguali. Pare sia arrivato pure il turno di Heidi, in un reboot francese che vorrebbe vendere ai bambini di oggi una nuova versione 3D, come se quella che tutti noi abbiamo ammirato da piccoli non andasse più bene. Risultato? Quella bambina piena di vita e gioia che correva nei prati si è trasformata in un pupazzetto che pare fatto di plastica (vedere per credere anche le due clip in anteprima qui).
Anche un classico come Peter Pan non è uscito immune dalla moda di digitalizzare tutto. Le sue “nuove avventure” propongono un ragazzino di un verde quasi fosforescente. Non solo i classici sono vittime di questa rivoluzione nel mondo dell’animazione. Prendiamo per esempio Star Wars-Clone Wars: la prima serie del 2003 diretta da Genndy Tartakovsky era un capolavoro di design con personaggi quasi stilizzati e un ritmo forsennato, anche nelle animazioni. Peccato che durò solo una stagione, ora le guerre dei Cloni sono solo in CGI (computer grafica) 3D e anche la prossima serie, Star Wars Rebels, ha ormai il destino segnato.
Persino un successo clamoroso come Ben 10, con un’ottima animazione 2D, è stato inquinato dai tanto agognati poligoni, in un film, Destroy All Aliens, che proprio non rende giustizia al design dell’originale.
La prossima vittima annunciata è Asterix. Dopo lo scempio dei live action, ora dovremo pure subirci la versione in CGI del mitico gallo, che, già si capisce, annulla completamente il tratto ironico di Uderzo per regalarci un altro pupazzino di plastica senz’anima.
Insomma, apocalisse computer grafica? Un po’, lo ammettiamo, abbiamo forzato i toni. Perché molte delle sopracitate serie in digitale sono di una qualità esemplare; e anche perché ci sono casi in cui la CGI migliora di molto un prodotto che originariamente non era stato molto curato come nel caso delle  mitiche Tartarughe Ninja, per esempio, i cui cartoni animati degli anni ’90 avevano un’animazione piuttosto approssimativa mentre il recente rilancio 3D fa subito capire che si tratta di una produzione importante. Fatto sta, però, che la computer grafica sta cambiando la faccia dei cartoni animati.

Alcuni personaggi a confronto in versione 2D e in CGI 3D

Alcuni personaggi a confronto in versione 2D e in CGI 3D


Che diavolo sta succedendo al mondo dell’animazione? L’uso “industriale” del computer sta omologando e uniformando quello che una volta era il posto più fantasioso e creativo dove farsi raccontare storie meravigliose: il mondo dell’animazione.
Il look di un cartone animato è, naturalmente, importantissimo: a seconda di cosa si sta raccontando è importante capire che tratto usare, che tipo di design applicare ai personaggi, quale palette di colori è in linea con il racconto. Se una volta si poteva riconoscere a colpo d’occhio una produzione Disney da un cartoon di Don Bluth, oggi si fa sempre più fatica. In tv ci vogliono vendere Ape Maia, Topolino, Heidi, Peter Pan e Asterix (solo per citarne alcuni) fatti in un modo che, se affiancati, potrebbero appartenere tutti allo stesso mondo, interagire tra loro in una sorta di storia super-crossover. Invece sono personaggi diversi di prodotti diversi, con mondi diversi, pensati per un pubblico diverso, di età e perfino di sesso. I modelli 3D, insomma, sembrano offrire al pubblico cartoni animati fatti con lo stampino.
Quali sono le ragioni che si celano dietro questa “rivoluzione”? Lo abbiamo chiesto a Enzo D’Alò, un “artigiano” dell’animazione, regista di capolavori come La Freccia Azzurra e il recente Pinocchio, uno, insomma, che la sa lunga su come si fanno i cartoni animati. «Le motivazioni per usare personaggi 3D nell’animazione sono culturali più che economiche», ci ha spiegato. «I produttori si basano su statistiche che indicano che si vedono molto più facilmente i film in computer grafica piuttosto che quelli fatti con tecniche tradizionali che vengono considerati desueti, un po’ “archeologia”. Non si usa il computer per questioni economiche. Si pensa che il computer faccia abbassare i costi, in realtà non è così. Diciamo che il computer ci aiuta moltissimo ad allargare le possibilità che abbiamo. Pinocchio, per esempio, non avrei potuto farlo come l’ho fatto usando un metodo tradizionale. Ho potuto realizzarlo grazie a nuove tecnologie con cui abbiamo riprodotto anche il segno fatto a matita sul foglio. Il problema è che ci vuole una creatività dietro al computer che permetta al computer di essere solo uno strumento per raccontare una storia. Invece sembra che si voglia trasformare il mezzo in fine: “guarda come sono bravo, guarda che effetti speciali”. Il problema quindi è culturale, è un errore concettuale, non del mezzo».
Insomma oggi produrre con lo stampino usando la computer grafica è cool, almeno secondo i produttori. È’ tutta qui la questione? Niente affatto. «Non è una pazzia dei produttori», continua D’Alò. «No, sarebbe facile. È il gusto del pubblico che è cambiato. I ragazzi di oggi vogliono le nuove tecnologie. I ragazzi, non parlo di bambini, attenzione. Ha cominciato la Pixar, ma loro usano il 3D in maniera che io definirei… poetica, ecco. Tutto quello che sta  uscendo ora propone personaggi molto realistici e usano il 3D proprio per cercare un iperrealismo. Ma una rappresentazione il più possibile fedele alla realtà graficamente è un freno molto forte alla fantasia e alla poetica perché tutto quello che ci avvicina alla realtà ci permette meno di viaggiare con l’immaginazione. Ho sempre detto che il film d’animazione è un mezzo fondamentale per veicolare grandi messaggi in maniera leggera e poetica. I bambini davanti a un disegno riescono a decontestualizzare quella storia e ricontestualizzarla come propria, quindi è anche, oserei dire, terapeutico per certe situazioni. Questo processo è più difficile con i film live-action perché c’è una contestualizazione così forte che ci impedisce di farla nostra. Questo un po’ si perde con il 3D».
Si capisce bene, quindi, che la faccenda non è solo puramente estetica, ma ha implicazioni notevoli su ciò che arriva o non arriva ai piccoli spettatori, su cosa stimola la loro fantasia e le loro emozioni. La potenza dell’animazione sta infatti nella sua forte predisposizione simbolica, forza che si perde man mano che ci si avvicina al realismo. Ma c’è anche di più. Al di là delle produzioni televisive magari con budget non altissimi che abbiamo citato a inizio articolo, vi è anche nelle megaproduzioni hollywoodiane un appiattimento, un’omologazione, che lascia perplessi. Non solo una volta si poteva capire se un film era Disney o altro, ma anche la stessa Disney, per esempio, proponeva look perfettamente aderenti al racconto messo in campo. Così troviamo un Mulan con un tratto orientale, Hercules con figure più spigolose, Aladdin coi colori caldi del deserto. Oggi invece, tutto sembra essere omologato a uno stesso format: la scrittura butta tutto in farsa e commedia, dove le spalle comiche rubano la scena ai protagonisti (leggi Ribelle, anche la Pixar inciampa) come i pinguini di Madagascar o i Minion; e il look dei film si rifanno a modelli poligonali e palette di colori che se non sono interscambiabili poco ci manca.
Perfino un geniaccio come Genndy Tartakovsky, che ha inventato un mondo di cartoni dalla fortissima personalizzazione del tratto come per esempio Samurai Jack, sul grande schermo si è dovuto arrendere all’uso dei poligoni per il suo Hotel Transylvania, col risultato di avere Dracula e altri mostri che potevano stare benissimo dentro a un Piovono Polpette.

Dracula di Hotel Transylvania a confronto con Piovono Polpette

Dracula di Hotel Transylvania a confronto con Piovono Polpette

Anche l’animazione giapponese, che fortunatamente è completamente aliena al discorso fin qui intavolato, è riuscita a partorire quel Capitan Harlock in CGI che, per quanto meravigliosamente spettacolare, sembra un videogame e potrebbe essere una scena di intermezzo di un qualsiasi Final Fantasy.
Ogni tempo ha le sue mode, non c’è da stupirsi. Vero, ma qui non si tratta solo di assistere a un cambiamento estetico, ma in molti casi di subire un impoverimento, un’omologazione che uccide fantasia e senso del gusto; si tratta di subire un modello che rischia di ridurre il tutto ad un unicum. Il recente The Lego Movie è il non plus ultra di questo processo di omologazione, dove addirittura personaggi di mondi distanti come Batman o Il Signore degli Anelli sono tutti rappresentati con le stesse forme dei personaggini Lego con le mani a tenaglia.
Eppure ci sembra importante rivendicare il diritto di educare al buon gusto i nostri figli perché ogni volta che proponiamo loro La Casa di Topolino al posto di Steamboat Willie sembra di dargli i bastoncini di pesce al posto di un branzino del ristorante. Insomma la CGI sta diventando il fast food dell’animazione?
«È proprio così e d’altra parte ci sono gli stessi problemi anche con il cibo», ci viene dietro D’Alò. «Infatti a un bambino è più facile far mangiare un bastoncino di pesce che un branzino. Purtroppo è questa la situazione. Sto lavorando su nuovi progetti e sto cercando la maniera di continuare a raccontare le cose un po’ col mio stile però passando attraverso la computer grafica che è ancora più divertente. Praticamente realizzo tutto con la computer grafica e poi sto sperimentando un programma che mi riporta tutto al 2D».
Certo è che personaggi come Enzo D’Alò, in grado di creare prodotti sofisticati, non commerciali, con una qualità indiscussa e un’anima, una poetica, che fa davvero vibrare emozioni, si contano sulle dita di una mano. En passant, ne ricordiamo alcuni, oltre D’Alò, che Movie For Kids segue con ammirazione come il francese Michel Ocelot (tre film, tre capolavori, tre stili completamente diversi l’uno dall’altro: Kirikù, Azur e Asmar e Principi e Principesse) o le produzioni dello studio Ghibli del Maestro Miyazaki (qui le recensioni, per esempio, di Ponyo e di Arrietty).
Grandissima qualità si trova anche in molti prodotti più “commerciali”, a indicare che per il mondo dell’animazione gli anni che stiamo vivendo sono intensamente creativi. Solo a guardare la produzione televisiva americana degli ultimi 10 anni si individuano vere e proprie chicche come The Spectacular Spiderman, che ha ispirato anche il reboot live action del personaggio, il Batman noir ispirato ai cartoon della Fleisher Studios degli anni’ 40, il film de Il ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller o l’ultima serie di Iron Man.
Non mancano esempi d’eccellenza, insomma, né segnali che indicano il 2D come una strada ancora di grande appeal per il pubblico. Il successo di Peppa Pig, che non solo è in 2D ma mette in campo addirittura personaggi bidimensionali come fogli di carta, non potrebbe essere prova più lampante. Che dire, poi, dei deliziosi corti di Topolino che lo ripropongono in stile vintage? Da una parte c’è un uso sconsiderato della computer grafica, un processo di omologazione dell’estetica e del racconto; dall’altra un mondo vivo, ricco e pieno di meravigliose storie che aspettano di essere viste. Voi da che parte state?

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