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C’era una volta Mazinga Z, il papà di tutti i super robot


C’era una volta Mazinga Z, il papà di tutti i super robot

Racconto intimo e personale di un papà che svela "la sua prima volta" con Mazinga Z e spiega perché ha voluto condividere questa passione con i figli

di Demis Biscaro 31/10/2017

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Avrò avuto sì e no cinque anni. Un tardo pomeriggio di fine estate, quando la bella stagione mette in soffitta le promesse di sole fi no a tardi e giochi a piedi scalzi e ti lascia con un brivido sotto la maglietta. Colpa dell’aria fresca, pensi. E invece è malinconia. Ancora non lo sai che si chiama così, ma a quell’età hai già imparato a farci i conti. Se chiudo gli occhi mi rivedo entrare di corsa in salotto, rapido il dito sul pulsante di accensione della TV e poi un salto sul divano. Con uno schiocco elettrico lo schermo in bianco e nero s’illumina, con una lentezza esasperante. Ma questa volta l’audio mi ferma il respiro: è la sigla di Mazinga Z! Quando il robot si erge dalla piscina e si aggancia all’aliante slittante sono così felice che vorrei piangere. Ma perché un’emozione così forte proprio per Mazinga Z?

Erano i primi anni ’80, la RAI aveva già completato la trasmissione di tutti (o quasi) gli episodi di Atlas Ufo Robot (Goldrake) e nelle reti private l’invasione dei cartoni animati giapponesi era a pieno regime. Jeeg e il Grande Mazinga erano una presenza pressoché costante nei palinsesti dell’epoca ed era una cosa normalissima vederne almeno un episodio al giorno. Con Goldrake e Mazinga Z invece la faccenda era molto più complicata. A partire dal ’79 si erano intensificate le critiche da parte di genitori e intellettuali nei confronti dell’animazione del Sol Levante: “Goldrake, Mazinga, Jeeg Robot rincretiniscono i nostri figli [...]. Insegnano la violenza e la sopraffazione. Mitizzano la tecnologia e disumanizzano la scienza. Quindi vanno eliminati”. La RAI obbedì, rendendo sempre più sporadiche le repliche di Goldrake e interrompendo Mazinga Z a circa metà serie. Intercettarne una puntata una sera qualsiasi di un giorno qualsiasi era un evento straordinario.

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Anche per la sporadicità delle repliche “il Mazinga con la piastra sul petto divisa in due” godeva tra noi bambini di uno status speciale. Goldrake aveva già rivoluzionato il nostro immaginario ma Mazinga Z era un robot particolarmente misterioso, di cui si sapeva pochissimo. Quello che più ci sfuggiva era il collegamento col Grande Mazinga, che tutti davamo per scontato. Tra i banchi di scuola nascevano allora le leggende più improbabili, benché contaminate da qualche scheggia di verità: i piloti dei due Mazinga erano cugini (falso); nell’ultimo episodio del Grande Mazinga arrivava anche Mazinga Z ad aiutarlo (vero!); Mazinga Z era il seguito del Grande Mazinga (falso) e così via. Mai nei nostri deliri ci sfi orò l’idea che i due Mazinga fossero collegati a Goldrake. Mai.

Tra le ragioni di questo fascino c’era l’aria vagamente retrò dell’aliante slittante, dal design più primitivo del Brian Condor del Grande Mazinga ma proprio per questo più intrigante. E soprattutto la presenza di uno dei villain più inquietanti di tutti i tempi: il Barone Ashura. Un essere metà maschile e metà femminile, con una doppia voce e un aspetto indecifrabile, un personaggio radicalmente estraneo a qualunque cosa avessimo mai visto o immaginato prima. E poi c’era una scienza viva e spettacolare, che ai nostri occhi diventava la nuova frontiera da conquistare per salvare il mondo. A patto però di essere degli eroi. Perché Mazinga Z ci ha insegnato che i terrestri non vincono le battaglie per supremazia tecnologica ma grazie al coraggio, all’abnegazione, allo spirito di sacrificio e alla volontà rivolta al bene.

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Finalmente verso la fine degli anni ’90 i nostri dubbi di ragazzini vennero dissolti con l’avvento di internet e dei siti dedicati agli eroi dell’animazione giapponese: Goldrake era l’ultimo atto di una trilogia cominciata proprio con Mazinga Z e proseguita col Grande Mazinga. E, meraviglia delle meraviglie, Ryo, pilota di Mazinga Z, e Alcor, pilota del Goldrake 2, erano lo stesso personaggio, alias Koji Kabuto! Fatto questo che per me rimarrà il colpo di scena più sconvolgente di sempre, benché del tutto estraneo alla volontà di Go Nagai.

Il vero miracolo di elettronica si è compiuto però nel nuovo millennio quando finalmente, grazie alle prime edizioni in Dvd, i robottoni hanno potuto far ritorno in TV (questa volta a colori!) e scavalcare la barriera generazionale passando dai padri ai figli, con lo stesso straordinario successo che avevano ricevuto 40 anni prima. L’apoteosi di questa rinascita robotica sono state le proiezioni dei crossover nagaiani durante le due Notti dei super robot a cui ho partecipato con Riccardo, il mio primogenito, allora di nove anni: il cinema serale infrasettimanale (“come i grandi!”), i panini per cena sbocconcellati durante la proiezione, i robot su schermo gigante… insomma un evento epocale! E mentre i riflessi dei due Mazinga delineavano i contorni delle emozioni sul viso di mio figlio ho rivisto nei suoi occhi lo stesso senso di rapita meraviglia che mi scaldava il cuore in quei tardi pomeriggi della mia infanzia, quando tutti noi sognavamo un Jet Scrander per volare dall’altra parte dell’universo e far ritorno giusto in tempo per l’ora di cena.

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Il revival attuale è solo questione di nostalgia, dunque? Un’emozione da poco destinata a scivolare via nel giro di qualche anno? Per niente. I robottoni sono le fiabe del nuovo millennio, in grado di riproporre temi universali all’interno di una cornice narrativa più ampia, dove il pianeta Terra è un’unica casa e i terrestri sono una sola famiglia. Il lupo cattivo non abita più i boschi ma si aggira tra le stelle, non ha zanne ma raggi laser e finirà per sbranarci se non arriva un cacciatore armato di pugni a razzo capace di tirarci fuori dai guai.

E come nelle fiabe tradizionali gli eroi sono sempre i più deboli: bambini, reietti, senza famiglia. Mio figlio non ha esitazioni al riguardo: «Mazinga è il primo robot da far vedere a un bambino perché è divertente, i mostri non sono così orribili come quelli del Grande Mazinga e gli episodi hanno una trama facile da seguire». Anche la mia bimba si è affezionata a Mazinga Z a soli sette anni. In parte per il tono scanzonato dei primi episodi e in parte per il comportamento scapestrato di Ryo. Ma più di tutto credo sia merito di Sayaka, un personaggio dalla forte personalità, che ha il compito di insegnare alla sua controparte maschile come si pilota un robot.

Inutile aggiungere che Mazinga Z ormai è parte integrante della nostra mitologia familiare e che le nostre aspettative per il nuovo film sono letteralmente alle stelle. Rivedere sul grande schermo la prima creatura di Go Nagai sarà una bellissima festa e noi saremo lì, due generazioni unite all’ombra di un gigante d’acciaio. Pronti a gridare, una volta ancora, «Maziiiiiiinga fuori!»

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