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A tu per tu con Peter Lord, creatore di sogni di plastilina


A tu per tu con Peter Lord, creatore di sogni di plastilina

Ospite dell'Euganea Film Festival il fondatore della Aardman Animations racconta la storia del suo studio, dalle prime animazioni ai successi di Wallace & Gromit e Shaun the Sheep

di Demis Biscaro 13/07/2015

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Camicia a mezze maniche bianca a quadri verdi, pantaloni sportivi e scarpe di tela: Peter Lord si presenta al suo pubblico senza filtri, con barba e capelli argentati dai suoi sessantadue anni compiuti e uno sguardo limpido, appena sottolineato da un paio di lenti tonde cerchiate da una montatura in metallo. Ospite di punta dell’Euganea Film Festival, è il responsabile e cofondatore della Aardman Animations, il più grande studio di animazione europeo e uno dei più importanti al mondo, ma il suo aspetto e le sue parole restituiscono l’immagine di un artigiano, nel senso più alto del termine, di un artista della materia innamorato del suo lavoro, su cui si diffonde con orgoglio ma senza un filo di vanità.
E mentre parla le sue mani si muovono operose attorno a una pallina di plastilina color terracotta…

Con piglio umoristico Lord racconta la storia dello studio partendo dal giorno in cui a 12 anni entrò nella sua nuova classe, dopo un soggiorno in Australia, e andò a sedersi intimidito nell’unico posto libero, proprio a fianco di David Sproxton, suo futuro partner in affari e cofondatore della Aardman. Da piccolo ammette di non essere stato particolarmente appassionato di cartoni animati ma dopo qualche animazione con disegno tradizionale (realizzata grazie alla videocamera a 16 mm del padre di David) nel 1971 per caso vede in TV un video di Eliot Noyes, un artista americano che utilizzava figure tridimensionali plasmate con l’argilla (“clay” in inglese) per realizzare le sue animazioni: è uno dei primi esempi di quella che viene chiamata “claymation“, anche se oggi si fa con la plastilina. Per il giovane Peter è l’inizio di un nuovo corso creativo: “Prima di quel momento non avevo mai immaginato che si potesse fare animazione in modo diverso dai disegni bidimensionali, ma quando lo vidi pensai subito che fosse un modo di animare del tutto ovvio.”

peter lord portrait of a studio

Nel 1972 Lord e Sproxton registrano il nome Aardman, nato dalla fusione delle parole inglesi “aardvark” (oritteropo, una specie di formichiere) e “Superman”. Ma cosa c’entra il formichiere? “E’ una parola che trovavamo molto divertente” rivela con assoluto candore. Da allora lo studio è cresciuto lentamente ma costantemente e una delle cose che lo caratterizza è l’attenzione speciale riservata da sempre al suo pubblico e in particolare ai bambini. Ad esempio uno dei primi lavori di rilievo fu la realizzazione di una serie di cortometraggi pensati proprio per bambini con problemi di udito.

Ma la grande notorietà in patria viene ottenuta grazie a Morph, «il più semplice ed economico pupazzo antropomorfo di plastilina», come lo definisce lo stesso Lord. Morph sarà protagonista di oltre un centinaio di cortometraggi a partire dalla metà degli anni ’70 fino alla metà degli anni ’80. «Il nostro merito fu quello di creare non solo delle figure tridimensionali ma dei veri e propri personaggi con cui il pubblico poteva instaurare una relazione. E fin dall’inizio abbiamo puntato a crearci un pubblico di affezionati». Obiettivo senza dubbio raggiunto visto che a oltre trent’anni dalla sua nascita, i vecchi fan di Morph, ora genitori, hanno finanziato tramite Kickstarter la realizzazione di una nuova serie del loro beniamino, rilasciata l’anno scorso su web mentre un’ulteriore serie andrà in onda quest’anno sul canale per ragazzi della BBC.

Il successo internazionale arriva con i cortometraggi di Wallace & Gromit, ideati da Nick Park, entrato a far parte dello studio nel 1985. «Allora era uno dei pochi che sapeva animare con la plastilina e noi avevamo bisogno di animatori per cui accettammo volentieri la sua richiesta di unirsi al gruppo. – spiega Lord, aggiungendo – Solo in seguito abbiamo scoperto che era un vero genio del comico. Al giorno d’oggi la parola “genio” viene usata molto frequentemente, anche nel linguaggio quotidiano e spesso a sproposito. Be’, nel caso di Nick Park il termine è assolutamente appropriato». Negli anni ’90 Wallace & Gromit diventano perfino testimonial di una campagna per la raccolta di fondi per costruire il nuovo Ospedale Pediatrico di Bristol, la città dove ha sede lo studio. Grazie alla notorietà dei due personaggi la campagna ha un successo strepitoso e vengono raccolti oltre 30 milioni di sterline.

Ma è tra il 2010 e il 2011 che i bambini diventano protagonisti assoluti realizzando disegni, personaggi, sfondi ed effetti sonori di un mediometraggio intitolato The Tate Movie, portato a compimento con la collaborazione con la Tate Gallery e le scuole inglesi. Ogni elemento che si vede in scena è stato ideato e disegnato da un bambino diverso e la Aardman si è occupata solo di eseguire le animazioni. Il film è stato proiettato nei cinema inglesi nel 2011 e trasmesso in TV dalla BBC nello stesso anno. «La pellicola dura 25 minuti» spiega Peter Lord «mentre i titoli di coda da soli durano 15 minuti perché abbiamo riportato il nome di ogni bambino che ha partecipato“». The Tate Movie infatti è entrato nel Guinness dei primati come il film con più contributi mai realizzato.

Attualmente l’attività dello studio è molto diversificata e vede impegnate qualche centinaio di persone. Le serie TV per bambini in stop motion (come Shaun the Sheep, di cui è stato rilasciato il primo lungometraggio proprio l’anno scorso) sono solo una piccola parte di ciò che fa la Aardman Animations, che è molto attiva anche nell’ambito digitale con un dipartimento dedicato alla costruzione di siti, giochi, applicazioni, filmati interattivi, ecc.

Una delle attività cardine (almeno dal punto di vista finanziario) è la realizzazione di spot pubblicitari, i cui introiti forniscono il supporto per la realizzazione dei lungometraggi animati, di cui Peter Lord si dichiara particolarmente orgoglioso (“Galline in fuga” è stato il primo lungometraggio in stop motion prodotto in Inghilterra), nonostante le numerose difficoltà. «Ogni film è come scalare l’Everest» dichiara. «All’inizio il risultato finale sembra lontanissimo e irraggiungibile, d’altra parte dalla prima idea al prodotto finito servono 5 anni di lavoro e il coinvolgimento di circa 300 persone».

Quando dal pubblico qualcuno prospetta la possiblità che lo stop motion possa essere soppiantato dall’uso della più economica computer grafica, Peter Lord ribadisce «Lo stop motion è la nostra forza e il nostro habitat naturale» pur riconoscendo che comunque non hanno remore ad utilizzare la CGI per facilitare parte del lavoro. Ma senza esagerare. «La LAIKA [casa produttrice di Coraline, Paranorman e Boxtrolls, NdR] ad esempio, fa uno stop motion troppo simile alla CGI e questo per me è un errore» ci tiene a precisare. «Noi utilizziamo un’immagine per due fotogrammi: in questo modo il risultato è volutamente non fluido, spigoloso. Perché per me la perfezione non è l’obiettivo, l’obiettivo è l’espressività e in particolare quella degli occhi». Discorso che si collega perfettamente alla sua visione dell’animazione tridimensionale: «I personaggi 3D sono più credibili di quelli bidimensionali» puntualizza ma poi si interrompe un attimo a riflettere, spiegando «Mi sono fermato perché stavo pensando ai lavori di Hayao Miyazaki che sono straordinari pur essendo realizzati con la tecnica tradizionale. Però dal mio punto di vista la loro forza non sta nei personaggi».

Una ragazzina gli chiede qual è il suo ruolo preferito nella produzione di un film. Peter Lord non ha dubbi: l’animatore. «La maggior parte delle persone pensa che fare il regista sia il massimo a cui aspirare: sei al vertice della piramide creativa, interagisci con 200 persone che sono lì per realizzare le tue idee, i tuoi sogni. Ma sei anche costretto a pensare a più di 200 cose insieme, non hai tempo per concentrarti sui dettagli. Quando fai l’animatore invece puoi concentrarti esclusivamente sulla recitazione del singolo personaggio». Fa una pausa e sorride, gli occhi che brillano. «E poi chiunque di voi abbia fatto animazione conosce bene la meravigliosa sensazione che si prova nel vedere qualcosa che prende vita: quando animi un personaggio tu sei Dio». Non c’è ostentazione nelle sue parole, ma un entusiasmo commovente, quasi infantile.

morph-aardman-animations

La conferenza è finita, la pallina di plastilina è scomparsa, al suo posto ora c’è una copia perfetta di Morph. C’è ancora tempo per foto, autografi e quattro chiacchiere coi fan. Porto a casa anch’io una piccola dedica per i miei due bimbi, grandissimi ammiratori di Shaun.
E uscendo dalla sala non riesco a scacciare l’idea che per secoli i filosofi si sono sbagliati. Forse Dio non è un orologiaio o un matematico. Forse è solo un animatore che stanco di disegnare si è messo a giocare con la creta: ci fosse stato Peter Lord a dargli qualche dritta ora il mondo sarebbe un posto decisamente più divertente.

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