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View Conference 2014: viaggio dal pixel alla Pixar con Alvy Ray Smith


View Conference 2014: viaggio dal pixel alla Pixar con Alvy Ray Smith

Artista, innovatore, autore, leggenda della computer grafica e fondatore della Pixar. Ecco la nostra intervista con Alvy Ray Smith.

di Irene Rosignoli 17/10/2014

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Artista, innovatore, autore e una delle personalità più importanti nel mondo della computer grafica: parliamo di Alvy Ray Smith, che in questi giorni è ospite alla View Conference di Torino.
Nel 1986 fu tra i co-fondatori dei Pixar Animation Studios. Lì, insieme a Ed Catmull e John Lasseter, iniziò il grande sogno di poter realizzare un lungometraggio interamente in 3D. Purtroppo lasciò la Pixar per un diverbio con Steve Jobs prima di vedere Toy Story venire alla luce, non prima, però, di averci regalato il simpaticissimo cortometraggio Le avventure di Andrè e Wally B.
Alvy vanta collaborazioni con la Lucasfilm e con la Microsoft e una lista di numerosissimi premi vinti. Attualmente è in pensione e sta lavorando al suo libro, intitolato La biografia dei pixel.
Nel corso del suo talk, dall’ evocativo titolo “Dal pixel alla Pixar, e Oltre”, l’artista ha ripercorso la storia della computer grafica dai primissimi maldestri tentativi fino alle meraviglie di Ratatouille e Toy Story 3, seguendo una linea del tempo speciale: la legge di Moore. Questa teoria sostiene che le prestazioni dei computer migliorano in modo esponenziale anno dopo anno. Di conseguenza la potenza e le capacità dei computer di oggi sono miliardi di volte migliori di quelle dei dispositivi che utilizzava la Pixar negli anni ’80. Quello presentato da Alvy è stato un vero e proprio viaggio nella storia della tecnologia attraverso studi, clip, cortometraggi, e mediante le foto e le dichiarazioni dei grandi innovatori.
Di seguito qualche curiosità che ci ha rivelato Alvy Ray Smith durante la nostra intervista:

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Alvy Ray Smith view conference

Negli ultimi anni, alcune persone hanno accusato la Pixar di aver smarrito la propria identità e di non fare più film originali come faceva prima, soprattutto perché adesso sono in programma molti sequel. Da membro fondatore, pensa che sia vero?
«La realtà è che la Pixar è una compagnia, quindi un business che in qualche modo deve sopravvivere. Non hanno cominciato da poco a fare sequel: in fondo Toy Story 2 uscì solo quattro anni dopo Toy Story. Quella era una bella storia. Non è una copia del primo; hanno preso alcuni elementi e li hanno approfonditi creando un film completamente diverso. Anche Toy Story 3 mi è piaciuto molto, mentre Cars 2 l’ho trovato un po’ debole. E comunque la tecnologia è in continua evoluzione, così come le politiche interne dello studio… a volte capita addirittura di dover cancellare interi film e di dover licenziare i registi!».

Come è successo con Newt!
«Esatto! Newt è stato proprio un caso eclatante. Ma successe anche con Toy Story 2: la storia non funzionava e dovettero letteralmente cestinare tutto e ricominciare da daccapo».

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Newt

Nella storia della Pixar e della Lucasfilm ricorre il termine “innovazione”. Quanto è importante avere l’idea giusta al momento giusto per ottenere successo?
«È assolutamente cruciale!».

È l’unica cosa che serve per ottenere il successo?
«Non credo. Abbiamo parlato di sequel, quelli hanno molto successo. Ma sicuramente è importante».

Che cosa si prova a essere innovatori? Cioè a sapere di essere i primi a lavorare a qualcosa?
«È divertentissimo. Hai occasione di esplorare mondi che nessun altro conosce e sei proprio tu a dovergli dare un nome e definire le loro caratteristiche. Mi ricordo che quando stavamo lavorando al primo film digitale a colori eravamo tutti insieme a Long Island (New York) ed eravamo talmente esaltati da non voler dormire. Praticamente dormivamo soltanto quando non ne potevamo più. Cadevamo a terra e ci addormentavamo lì nello studio, così eravamo subito pronti a ricominciare la mattina dopo. Eravamo anche in un bellissimo posto, sai?, ci hanno girato il Grande Gatsby».

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L'illusionista-grande-OK

L’uso degli effetti speciali e dell’animazione 3D ha rivoluzionato il cinema, e la Pixar e la Lucasfilm sono state tra i primi pionieri della tecnologia. Pensa che questa rivoluzione comporti anche degli svantaggi? Mi viene in mente ad esempio la scomparsa del disegno a mano.
«Spero davvero che non scompaia del tutto, perché l’animazione a mano è stupenda. Hai visto L’Illusionista? È un film in animazione 2D uscito qualche anno fa, è meraviglioso».

La storia della Pixar è sempre stata legata a quella della Disney?
«Sì, da sempre. Abbiamo sempre saputo che la Disney avrebbe comprato la Pixar. Volevamo disperatamente lavorare con loro, eravamo disposti pure a farlo gratis! Praticamente ogni anno andavamo a bussare alla loro porta chiedendo finanziamenti. Disney avrebbe potuto acquistarci in ogni momento ma non si è mai fatta avanti. C’è stato un periodo in cui potevano comprarci a 50 milioni di dollari, ma hanno comunque rifiutato. E alla fine hanno speso 7 miliardi! Non abbiamo mai capito perché, ma credo dipenda dalla natura dei grandi brand che non possono muoversi più di tanto. Comunque, il momento in cui abbiamo iniziato a lavorare insieme è stato con il software CAPS. È stato usato per la prima volta in Bianca e Bernie nella terra dei canguri ed è stato il momento in cui la Disney ha cominciato a guardarci con rispetto».

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