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View Conference 2014: Patrick Osborne presenta il tenero corto Disney Feast


View Conference 2014: Patrick Osborne presenta il tenero corto Disney Feast

L'amicizia tra uomo e cane ispira da sempre il mondo dell'animazione. Dopo Lilli e il Vagabondo e La Carica dei 101, Disney ci presenta Feast, la storia di un simpatico boston terrier che adora mangiare. Ecco la nostra intervista con il regista del corto

di Irene Rosignoli 19/10/2014

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Il cane è il miglior amico dell’uomo, e l’uomo è il miglior amico del cane. Lo sanno bene James e il suo tenero cucciolo Winston, protagonisti del nuovo cortometraggio Disney Feast, che arriverà al cinema insieme a Big Hero 6. I due sono inseparabili, tanto da condividere anche gli stessi pasti. Ma tutto cambia quando nella routine familiare entra un terzo incomodo: Kirby, la fidanzata di James. Come reagirà il povero Winston?
A presentare questo gioiellino alla View Conference di Torino c’era nientemeno che il regista Patrick Osborne. Arrivato ai Disney Studios ai tempi di Bolt, Patrick ha in seguito lavorato come animatore a Rapunzel – L’intreccio della torre, Ralph Spaccatutto, Paperman e Big Hero 6. Feast è il suo primo progetto da regista.

«Stavo lavorando da 9 mesi a Big Hero 6 – racconta – quando la Disney ha annunciato che stava cercando idee per nuovi cortometraggi. Ho deciso di tentare perché mi sembrava divertente e volevo mettermi alla prova in un ruolo che non avevo mai affrontato, quello del regista. L’idea per Feast è venuta da un’app sul mio cellulare con la quale ho registrato video di pochi secondi di tutti i miei pasti per l’intera durata del 2012. Ho notato che pranzi e cene da soli possono raccontare la storia di una persona o di una famiglia, perché sono influenzati da molte cose: il luogo, la compagnia, il tempo e persino l’umore delle persone».

Guardate qui il trailer di Feast

FEAST

Patrick aveva già lavorato al cortometraggio Premio Oscar Paperman, realizzato con una tecnica speciale chiamata Meander che permette di utilizzare la matita direttamente sulla grafica computerizzata, dando al 3D il look di un disegno. Quando Feast è stato approvato, il regista e i suoi collaboratori hanno immediatamente deciso che avrebbero continuato a lavorare con questa tecnica, cercando di migliorarla. Questa volta la sfida è stata l’aggiunta del colore (Paperman era infatti in bianco e nero).

«Volevo che le immagini sullo schermo fossero identiche ai dipinti realizzati in pre-produzione. Non è stato affatto facile. La luce, i colori e gli sfondi dovevano sembrare realistici, ma abbiamo sfumato e smussato i contorni delle figure per dare questo senso pittorico».

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Il corto ha richiesto ben 51 settimane di lavorazione, e un gran numero di ore per gli studi sui personaggi e sul cibo. Per Winston, Patrick si è ispirato ai cani dei grandi classici Disney, ma anche ai veri cuccioli che sono stati portati allo studio per il disegno dal vivo. Inizialmente, infatti, la telecamera doveva seguire costantemente il cagnolino protagonista, ma in seguito si è deciso di porre al centro dell’attenzione il cibo. Ogni venerdì, gli animatori Disney si facevano preparare una delle pietanze che sarebbero comparse nel corto per poi osservarla e gustarla in modo da renderla appetibile sul grande schermo. La scelta di quali piatti inserire e quali no, infine, è stata supervisionata da sei veterinari che hanno spiegato agli animatori quali cibi sono nocivi per i nostri amici animali.

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Noi abbiamo fatto quattro chiacchiere con Patrick Osborne in persona…

Feast costituisce il suo debutto alla regia e ha alle spalle Paperman, vincitore di un Premio Oscar. Sente la pressione per quanto riguarda il responso di pubblico e critica?

«Sì. Assolutamente sì. La cosa più bella di realizzare il proprio film è quella di poter condividere una parte di te con milioni di persone, ma allo stesso tempo è davvero spaventoso. Il mio obiettivo ovviamente è quello di trasmettere qualcosa, di emozionare gli spettatori e, anche se dovesse piacere a pochi, sarei comunque contento. L’importante è che riesca a comunicare con loro. Per quanto riguarda i premi… In realtà non è il nostro obiettivo, quindi non sono molto preoccupato. Non cambia poi molto, se vinci un Oscar oppure no. Ovviamente sarebbe bellissimo se succedesse, lo spero, ma non è il mio scopo».

Ho letto una sua intervista in cui parlava dell’esistenza di un vero e proprio “programma cortometraggi” all’interno dello studio. Come funziona? 

«Dunque, Feast è il primo progetto realizzato attraverso il programma. Visto che Paperman ha avuto questo grandissimo successo, abbiamo deciso che d’ora in poi ogni film al cinema sarà accompagnato da un corto. Il programma prevede che tutti possano proporre la propria idea, non soltanto gli animatori… anche gli inservienti o la security. Il processo lo abbiamo preso in prestito dalla Pixar: chi decide di tentare deve presentare tre idee. Questo permette a John Lasseter e ai capi di farsi un’opinione di noi come artisti a 360 gradi, e anche di mettere da parte, eventualmente, delle buone idee da realizzare in futuro. Dopo aver sviluppato la storia c’è il pitching, un momento in cui ti trovi davanti a un gruppo di registi storici della Disney che ascoltano le tue tre proposte e ne scelgono una. Soltanto se vieni scelto puoi parlare direttamente con John Lasseter. Lui è l’ultimo scoglio da superare e ha l’ultima parola su cosa realizzare. Quando ho proposto Feast c’erano più di 200 idee, ma siamo arrivati da John in 4. E alla fine ha scelto me!».

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Paperman è stato un punto di partenza per lo sviluppo del suo cortometraggio? Se sì in che modo?     

«Diciamo che Paperman è stato in mezzo tra l’invenzione del software e Feast. Inizialmente io e Jeff Turley abbiamo iniziato a sperimentare con questo software chiamato Meander, realizzando animazioni quasi per divertimento. Poi si è aggiunto anche John Kahrs. Paperman è stato un modo per mostrare a tutto il mondo cosa avevamo in mente, ma Meander non era ancora al massimo delle sue potenzialità. È stato un po’ l’antipasto. Con Feast abbiamo continuato sulla stessa strada, ma tentando sempre di più di migliorare».

Ho avuto di recente l’occasione di parlare con James Lopez, ex-animatore Disney che ha lavorato a Paperman. Mi ha spiegato che la tecnica con cui è stato realizzato è infattibile sul piano economico, e che sarebbe troppo costosa per produrre un lungometraggio. Dopo Feast la situazione è cambiata?

«Sì. Quando ho proposto a Lasseter di produrre il corto con questa tecnica innovativa, mi sono prima assicurato che fosse arrivata a uno stadio tale da non richiedere un budget eccessivo. Siamo riusciti a economizzare, e ci hanno lavorato anche molte meno persone. Adesso rientra perfettamente nei soliti costi».

Perciò c’è speranza di vederla in un futuro lungometraggio Disney?

«Non lo so davvero. Teoricamente si potrebbe, ma spetta a ogni regista decidere con quale tecnica lavorare. A me piacerebbe, ma vedremo. È ancora presto per parlarne».

Foto: Courtesy of Collider

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