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Tito and the Birds, intervista al regista Gustavo Steinberg


Tito and the Birds, intervista al regista Gustavo Steinberg

Presentato in anteprima al Festival di Annecy abbiamo parlato con il regista Gustavo Steinberg di Tito and the birds, un film d'animazione brasiliano che insegna ai bambini a combattere la paura

di Max Borg 26/06/2018

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L’edizione 2018 del Festival di Annecy, uno dei principali appuntamenti cinematografici legati all’animazione, ha dedicato un ampio spazio alla produzione brasiliana, dando al pubblico la possibilità di (ri)scoprire tutta la creatività di una nazione che negli ultimi anni si è fatta notare sempre di più sul piano internazionale (basti pensare a Il ragazzo che scoprì il mondo, che nel 2016 è stato candidato all’Oscar). Tra gli esempi più recenti, in concorso e in anteprima mondiale, c’era Tito and the Birds, un’avventura ad altezza bambino dove la paura è immaginata come una vera e propria malattia. Durante il festival abbiamo intervistato il regista Gustavo Steinberg.

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Tito and the Birds

Tito and the Birds è un film straordinario su un ragazzino e il suo viaggio per salvare il mondo da una “epidemia di paura”, in cui le persone iniziano ad ammalarsi se improvvisamente si spaventano. Tito è un timido ragazzino di 10 anni che vive una vita normale che trascorre tra le uscite con i suoi due migliori amici, le lotte contro i bulli della scuola a scuola e la presenza di sua madre nevrotica a casa. Dopo che l’epidemia di spavento si diffonde, Tito parte alla ricerca dell’antidoto. Scopre che la cura è in qualche modo legata alla ricerca di suo padre, incentrata sulle canzoni intonate dagli uccelli. Suo padre infatti è un inventore che ha dovuto abbandonare la sua casa quando il figlio aveva soltanto 6 anni. La ricerca dell’antidoto diventa così anche la ricerca del padre scomparso oltre che della propria identità. Il film è al contempo la scoperta del bambino su quello che è giusto e di come superare le proprie paure.

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Intervista al regista Gustavo Steinberg

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Gustavo Steinberg in mezzo ai co-registi di Tito and the Birds Gabriel Bitar e Andre Catoto

Com’è nata l’idea del progetto?
«Volevamo raccontare la paura, non quella dei mostri, ma quella che viene portata dai media, dai social network. È una paura che esiste ovunque, a suo modo: negli Stati Uniti con Trump, in Brasile con la disoccupazione e il pericolo di vita, in Europa con l’immigrazione e il terrorismo. È dappertutto, e secondo me è un argomento che va affrontato anche con i bambini».

Perché la paura è una malattia nel film?
«Io vengo da São Paulo, una città molto particolare, dove molti vivono nella paura. Ne abbiamo anche parlato con i bambini e abbiamo girato un piccolo documentario, dei teaser per internet che non sono ancora pronti, e da queste conversazioni è emerso che per loro la paura è un po’ come gli sbadigli, ha un che di contagioso. Secondo me è un’idea molto interessante per il mondo iperconnesso di oggi».

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Ti sei basato anche sulle tue paure personali?
«Il film racconta la paura in modo molto astratto, però ovviamente come regista ci ho messo anche del mio. L’importante era parlare della paura senza spaventare troppo il pubblico di riferimento, che è molto giovane. Abbiamo fatto ricerche per capire fin dove ci potessimo spingere. Ci sono anche delle paure mie, principalmente perché ho due figli piccoli e volevo poter affrontare questo discorso con loro».

Sulla questione del non spaventare troppo il pubblico, hai avuto qualche modello cinematografico?
«Un riferimento importante per me è stato I Goonies: è un’avventura, c’è la magia, c’è un po’ di paura. Il mio film è comunque abbastanza diverso, perché c’è anche il tema sociale».

Il mondo del film è a tratti riconoscibile, a tratti molto stilizzato. Questa è stata una scelta voluta per rendere la storia più universale?
«Sì, non si svolge in un luogo preciso. Ci sono pezzi di São Paulo a livello estetico, ma potrebbe essere ovunque. Abbiamo anche tagliato delle scene che avevano dei riferimenti locali».

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Il film usa diverse tecniche di animazione. Com’è nata quella scelta, e quanto è durata la lavorazione?
«Ho lavorato al film per otto anni. All’inizio volevamo farlo tutto dipinto a olio, ma ci siamo resi conto subito che il budget, piuttosto piccolo, non ce l’avrebbe concesso. Abbiamo quindi elaborato questa tecnica, basata sull’Espressionismo, per realizzare degli sfondi molto belli ma non costosi poiché sono astratti, e poi abbiamo creato dei personaggi che si integrassero bene, con un’animazione molto semplice. Ci sono alcuni punti in cui abbiamo speso di più, per fare la full animation. Un distributore mi ha appena chiesto quanto sia costato il film, e ho dovuto promettere al mio sales agent che non lo dirò, perché la gente non ci crede».

L’uccello principale nel film è il piccione. Anche quella scelta è legata alla natura universale della storia?
«Non solo per quel motivo. I piccioni esistono da sempre, da quando esistono le città. E non sono come i topi, che stanno nascosti, i piccioni vivono in mezzo a noi. È anche un simbolo potentissimo, è un simbolo della Chiesa cattolica, ci sono dei piccioni che hanno salvato i soldati durante le due guerre mondiali. È una specie di memoria storica».

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Com’è stato presentare il film in prima mondiale ad Annecy, dopo otto anni di lavoro?
«Un’esperienza bellissima. Essere uno dei dieci progetti selezionati in concorso è un grande onore, e Annecy ha fatto molto per questo film, siamo stati in praticamente tutte le sezioni nel corso degli anni: l’ho presentato come progetto al MIFA (il Mercato Internazionale del Film d’Animazione, n.d.r.), abbiamo fatto parte del programma “Annecy goes to Cannes”, l’anno scorso ho presentato le prime immagini nella sezione Work in Progress, e quest’anno in concorso. È un piacere incredibile avere la prima mondale ad Annecy».

Forse è troppo presto per dircelo, ma hai avuto dei contatti con l’Italia per la distribuzione internazionale?
«Sì, c’è interesse, ma non so a che punto siano le trattative. Abbiamo già venduto il film in alcuni paesi, e stiamo siglando gli accordi con altri. Sta andando abbastanza bene, considerando che si tratta di un film di che non proviene da grandi case d’animazione».

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