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Palle di neve, intervista al regista Jean-François Pouliot


Palle di neve, intervista al regista Jean-François Pouliot

Il regista di Palle di neve ci racconta tutti i segreti del film canadese, dalla sua origine fino all'importante significato del suo messaggio

di Irene Rosignoli 20/10/2016

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Arriva il 24 novembre al cinema Palle di neve, film d’animazione di origine canadese ispirato all’omonimo live-action del 1985.

La pellicola vede protagonisti un gruppo di ragazzini di un paesino isolato nel nulla, che durante le vacanze invernali decidono di organizzare un’enorme sfida a palle di neve. Luke e Sophie, entrambi undicenni, saranno i capitani delle due squadre avversarie. Sophie e la sua truppa si difenderanno con un elaborato fortino di neve dagli attacchi del team di Luke. Ma quello che doveva essere un passatempo allegro e divertente si trasforma presto in un conflitto molto più serio: quando i bambini si lasciano trasportare dalla rivalità, il gioco diventa un parallelo con la guerra vera combattuta lontano da casa dagli adulti come il papà di Luke. Gli amici impareranno così che anche il più innocente dei giochi deve essere affrontato con responsabilità e maturità.

Per scoprire qualcosa in più sul film, abbiamo incontrato per voi il regista della pellicola Jean-François Pouliot. Ecco cosa ci ha raccontato.

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Puoi parlarci di come è nata l’idea del film?
 Jean-François Pouliot: «Palle di neve è un remake di un film canadese del 1985. Per noi è stata la prima volta in cui un film per famiglie mostrava dei bambini del Quebec proprio come noi, invece che attori americani doppiati in francese a Parigi. Loro avevano l’accento del Quebec e parlavano come noi, quindi in breve la pellicola è diventata un vero e proprio cult. Per esempio molte frasi del film sono diventate modi di dire nella lingua e le usiamo ancora oggi. Per molti anni la gente ha chiesto ai produttori di fare un remake, ma loro continuavano a rispondere di no, dicevano di non voler rovinare il ricordo dell’originale. Quando si è festeggiato il venticinquesimo anniversario, hanno ricevuto una petizione di 25.000 firme per avere un remake e così hanno capito di non avere scelta. Però per distanziarsi completamente dal film originale hanno annunciato che lo avrebbero fatto in animazione».

Come ti sei confrontato con l’eredità del film originale?
«Essenzialmente avevo due problemi: primo, stavo toccando un film iconico e rischiavo di scatenare l’ira dei fan e secondo, il film originale era in live action e rappresentava noi, la nostra cultura e il nostro modo di parlare, tutte cose impossbili da ricreare senza gli attori veri. Quindi ciò che abbiamo fatto è stato cercare buchi di sceneggiatura nella pellicola originale e provare a reinventare la storia per colmarli».

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Visto che nella tua filmografia ci sono solo film live action, come ti sei trovato a produrre il tuo primo film animato?
«In passato ho fatto dei cortometraggi per il National Board of Canada, ma erano in stop motion. Quando ho iniziato a lavorare professionalmente invece mi sono buttato sul live action e non ho più toccato l’animazione. Per questo, quando ho ricevuto l’offerta per dirigere il film sono rimasto sorpreso perché non avevo alcuna esperienza. Ho accettato a patto di avere un co-regista che fosse specializzato in animazione. Per il resto, ho deciso di trattare il film come se fosse in live action, cosa che mi ha creato non pochi problemi con gli animatori che non erano abituati. Per esempio facevo continuamente spostare la posizione del sole da una scena all’altra e gli addetti alla fotografia si lamentavano, ma io rispondevo: “se stessimo girando dal vivo quella scena l’avremmo fatta alle dieci di mattina e quell’altra alle tre del pomeriggio, il sole non è nello stesso punto!”».

Hai parlato di stop motion, e infatti i personaggi di Palle di neve sembrano proprio marionette a volte…
«L’art director Phil è stato molto d’aiuto su come modellare i personaggi. Abbiamo usato come riferimento delle forme basilari o degli oggetti in modo da renderli più semplici possibile da muovere. Il fatto è che non avevamo i budget che hanno i grandi studi, noi avevamo soltanto 12 milioni di dollari, che è pochissimo per realizzare un buon film animato. Abbiamo quindi deciso di non utilizzare un’animazione del tutto fluida ma di imitare proprio la stop motion, dove con i pupazzi non ti puoi permettere movimenti troppo elaborati. Un altro grande limite dell’avere un budget così ridotto è stata l’impossibilità di rifare una scena due volte. Per noi è stato letteralmente un buona la prima. Fortunatamente andando avanti facevamo sempre meno errori, ma se adesso riguardo il film ci sono cose che non mi piacciono e vorrei cambiare!».

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Parlaci della musica e degli artisti con cui hai collaborato per il film.
«I due compositori, moglie e marito, sono molto famosi in Quebec, ma a noi serviva qualcuno che potesse scrivere anche delle canzoni. Siamo stati molto fortunati a ottenere la collaborazione di Celine Dion. La prima cosa che abbiamo fatto con lei è stata comporre le canzoni ed è stato abbastanza facile. Invece per le strumentali è stato molto più complicato. Per me era una cosa nuova, non sono abituato ad avere così tanta musica in un film. Ho lavorato moltissimo anche sul sound design per assicurarmi che i suoni, per esempio quello della neve, fossero ben chiari».

Ci ha stupito molto la scelta di creare un parallelo tra il gioco dei bambini e una guerra vera…
«Pensate che negli Stati Uniti questa scelta è stata molto criticata: hanno detto che nei film per bambini la morte e i momenti drammatici devono essere all’inizio per permettere di avere il lieto fine. Invece per me era proprio questo il punto. Penso che noi adulti abbiamo dimenticato a cosa servono le storie per bambini. Pensate alle fiabe tradizionali come Cappuccetto rosso o La piccola fiammiferaia: in realtà hanno degli elementi orribili e spaventosi! Ci siamo dimenticati perché furono scritte e oggi siamo arrivati al punto in cui proteggiamo i nostri figli talmente tanto che non li prepariamo a vivere».

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Quale pensi che sia il messaggio principale del film?
«Penso che ci siano due messaggi collegati tra di loro. Il primo è che non bisogna mai smettere di essere bambini dentro e di voler giocare in qualche modo, perché se ci dimentichiamo la nostra spensieratezza interiore rimaniamo accecati dalla competitività e non è più possibile capire le conseguenze delle nostre azioni. Il secondo è quello dell’elaborazione del lutto e di come è possibile superare il dolore della perdita di qualcuno. Il protagonista Luke impara che esiste la felicità anche dopo il dolore e io credo che quando capisci questo, sarai in grado di affrontare le molte perdite di tutti i tipi che incontrerai nel corso della tua vita».

Guardate tutte le foto di Palle di neve:

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