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Intervista a Giorgio Vanni, la nuova voce dei cartoni


Intervista a Giorgio Vanni, la nuova voce dei cartoni

Abbiamo intervistato Giorgio Vanni, voce dei cartoni animati, scoprendo molte cose davvero interessanti che non sapevamo

di Karin Ebnet 28/10/2015

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È l’unico vero erede della grande Cristina D’Avena. E pensare che è nato tutto per caso e come un gioco. Giorgio Vanni – l’uomo che ci ha regalato, tra molti altri, i tormentoni che accompagnano cartoni come Dragon Ball, One Piece, Pokémon, Oggy e i maledetti scarafaggi, ci racconta la sua avventurosa carriera e il suo amore per la musica e le sigle. Lo abbiamo intervistato per conoscere meglio la voce che accompagni i cartoni più seguiti, scoprendo molte cose interessanti sul suo conto!

Come hai cominciato a cantare per i cartoni animati?
«Dapprima, insieme al mio socio Max Longhi, abbiamo composto e prodotto musica per jingle pubblicitari e sigle, ma sempre rimanendo nell’ombra e ci andava bene così. Poi abbiamo conosciuto Alessandra Valeri Manera, produttrice e direttrice della fascia ragazzi di Mediaset, che ha ascoltato un nostro provino, che per comodità era cantato da me, per una proposta di sigla di Superman. Noi pensavamo solo a comporre e produrre, ma ad Alessandra la mia voce è piaciuta molto, quindi mi ha proposto di registrare la canzone. Quindi dal 1998, con Superuomo Superman, ho iniziato a cantare tutte le sigle dei cartoni per maschietti. Poi, intorno al 2001, ci contatta un impresario (che poi diventerà mio cognato) e ci propone di esibirci live. A qualche anno di distanza delle prime sigle che mi hanno dato successo, Pokémon e Dragon Ball, abbiamo dovuto ricominciare da capo perché i bambini che le guardavano diventavano grandi, quindi facevamo meno concerti. Ma dal 2009, grazie anche a fiere come Lucca Comics, quegli stessi bambini cresciuti hanno ricominciato ad affollare le mie date. Il nostro pubblico parte dai 12-13 anni e arriva fino ai 30, anche 35».

Che effetto fa essere l’autore e il performer di canzoni che tutti conoscono?
«È bellissimo. Mi ricordo di una scena che mi ha molto colpito. Ero in un centro commerciale, e un ragazzino cantava una sigla, ma non una di quelle più conosciute ma una più di nicchia, che avevo scritto per Cristina. E la cosa mi ha molto impressionato, perchè era la prima volta che mi succedeva. Adesso grazie ad internet capita anche che mi riconoscano per strada e non me l’aspettavo assolutamente. La cosa, oltre a farmi ovviamente piacere, mi rende felice perché mi permette di continuare a esibirmi, che è la cosa che mi interessa di più».

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Ti senti l’erede di Cristina?
«Forse! In tanti lo dicono, ma non ci penso. Anche perché io e Cristina siamo tanto diversi. Lei ha coperto tutti i cartoni di un certo periodo, fino al mio esordio nel 1998. Da quel momento io ne ho cantate più di 70, altre 50 le abbiamo scritte per lei. La mia natura mi spinge a volermi esibire sempre di più dal vivo, è la cosa che amo. Quindi mi piacerebbe sicuramente poter raggiungere il livello di successo e popolarità che ha raggiunto Cristina! Poi lo diranno gli altri se sono veramente o meno il suo erede».

Ti eri immaginato una carriera così?
«Da piccolo mi immaginavo come star del reggae, davvero! In tanti mi chiedono “Ma tu ti accontenti di cantare le sigle dei cartoni? Non vorresti provare qualcosa di diverso?”. Io sono soddisfatto della mia carriera. Ho scritto anche molte canzoni per altri artisti, per Cristiano De Andrè, Laura Pausini, Mietta. Ci ho provato a diventare un nome della musica leggera italiana, ma non ci ho mai creduto veramente. Questo perché la musica italiana non è la mia passione. I miei generi preferiti vengono dal mondo anglofono: rock e reggae. Ho iniziato a divertirmi e a realizzarmi veramente solo dopo aver iniziato a lavorare con le sigle. Potevo sperimentare con i generi che mi piacevano di più; e adesso che sono un po’ più maturo apprezzo anche l’italiano. Ma se devo decidere tra un concerto di Bruno Mars e Jovanotti, preferisco sempre Bruno Mars. Quindi non ho rimpianti. Se non quello di non essere nato giamaicano in Inghilterra (ride). Comunque mi piace il suono dell’inglese, per quello quando posso infilo qualche parola o qualche frase in inglese nelle mie sigle. Ho sempre scritto testi in inglese».

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Quando è stato il momento preciso in cui hai capito di essere soddisfatto?
«Quando grazie al mio lavoro, facendo musica, ho capito che sarei riuscito a mantenermi più che dignitosamente. Anche se il lavoro di un creativo è sempre piuttosto precario. Io di natura sono ansioso e apprensivo, quindi resto sempre nella mentalità che bisogna continuamente costruire qualcosa».

Hai da poco fatto un nuovo disco “Super Hits- Il meglio del meglio del meglio” come sta andando?
«Il disco sta andando molto bene, abbiamo venduto quasi duemila copie, vendiamo più o meno 70 dischi dopo ogni concerto. Il disco è acquistabile solo da noi alla fine di ogni concerto, quindi è certamente un ottimo risultato!».

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Che musica ascolti?
«Tanto reggae, tanto rock. Anche molto pop e tanta musica dance, sia per passione, sia perché è utile per il mio lavoro. Ma se c’è qualcuno per cui impazzisco veramente è Sting. Una volta l’ho visto in treno con la moglie, il figlio e la tata; sono saliti a Firenze, e non riuscivo a muovervi, figurarsi parlare!»

La tua collaborazione con Max Longhi dura da una vita, qual è il vostro segreto?
«Che litighiamo tantissimo e non ci risparmiamo mai! Gli amici ci chiamano Casa Vianello. Sembriamo marito e moglie. Un saggio cinese dice che se due persone hanno un rapporto di vicinanza e sono sempre d’accordo, vuol dire che una delle due non serve a niente. Non ci tiriamo indietro quando dobbiamo criticarci per migliorarci, e siamo sempre più amici. Abbiamo raggiunto grandi traguardi, nonostante il mondo della musica sia veramente molto duro, in questo momento in particolare. Anche per quanto riguarda il mondo delle sigle: non si producono più molte canzoni. Infatti, in questo senso, non abbiamo progetti in cantiere. Stiamo pensando di proporci noi, di trovare un cartone che ci piace e scriverne la sigla per poi proporla. Il prossimo progetto concreto, invece, è un album in cui canto le nostre sigle in versione acustica, con chitarra e violino. Più un paio di sorprese che spero di poter mantenere. Abbiamo già sperimentato questo formato con alcuni video postati in rete, che hanno avuto un successo pazzesco».

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Come procedete tu e Max quando dovete comporre una sigla?
«Ci viene mandata una sinossi del cartone e alcune puntate. Cerchiamo innanzitutto di individuare il genere di musica che più si adatta alle dinamiche e alla storia del cartone. Poi prendo la chitarra e cominciamo a buttare giù qualcosa, ascoltiamo qualche pezzo che magari possa ispirarci, quindi imbastiamo una base con degli accordi per farmi cantare, o Max mi dà un input melodico. Poi ci riuniamo, facciamo un ascolto generale, litighiamo dalla mattina alla sera. E a un certo punto, poi, arriviamo come per magia alla melodia e quindi al pezzo giusto. L’intuito e l’esperienza di Alessandra Valeri Manera ci hanno sempre aiutati moltissimo, indirizzandoci verso la scelta giusta».

Quando componi la sigla qual è il momento che ti piace di più e quello invece che non vedo l’ora di finire?
«Mi piace molto comporre. Spesso mi vengono in mente le melodie nei posti e nei momenti più impensabili, per esempio in bagno (ride). Farà ridere, ma ha proprio ragione Lucio Dalla: in bagno si compone veramente bene. Poi torno da Max, buttiamo giù la melodia, la mettiamo a posto e ci godiamo quel momento in cui sappiamo di aver fatto qualcosa di bello».

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Quali sono le 5 sigle che ti piacciono di più?
«Sicuramente What’s my Destiny Dragon Ball?, Diabolik, BeyBlade, e le due sigle di Detective Conan. Poi ce ne sono alcune che magari non sono importanti come queste cinque, ma che comunque sono fortissime. Ad esempio Shin Chan o Neteb, la principessa del Nilo, che è cantata da Cristina e che è bellissima. Una cosa divertente è successa con il cartone di Hulk, uscito quando ancora i supereroi non andavano così di moda: la serie ebbe un successo normale, mentre la sigla fu un boom clamoroso. È stata una delle sigle più coverizzate e che ci chiedono di più durante i concerti. Un’altra grande soddisfazione è successa quando uscì il primo film dei Pokémon, con i bambini che si lamentavano all’uscita perché nella colonna sonora c’erano le canzoni americane e non la nostra sigla italiana».

C’è qualche sigla che ti sarebbe piaciuto scrivere?
«Io sono molto legato alla sigla de L’uomo tigre, mi fa impazzire. E la invidio a Riccardo Zara. Ma adoro anche lui, tanto che quando stavamo lavorando al nostro album di cover Time Machine, Riccardo ci ha fatto avere il campionamento del ruggito della tigre usato per la sigla originale. Che, per la cronaca, non è il ruggito di una tigre, ma di un leone. E poi amo tantissimo Capitan Harlock, sia la sigla sia il cartone».

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Quali cartoni guardavi da piccolo?
«Guardavo molto i Looney Tunes, insieme a mio padre. Ma anche i film di Topolino e della Disney. Purtroppo ho iniziato tardi a guardare gli anime e ad apprezzarli, erano un po’ troppo lenti per me. Poi ho imparato ad amarli, anche grazie alle sigle».

Ma adesso cosa guardi con tuo figlio?
«Cartoni e fantascienza, quello che guardavo io da piccolo! Lui, che adesso ha 11 anni, impazzisce per il fantasy ed è un grande appassionato di Jake e Finn di Adventure Time, Ed, Edd & Eddy, Leone cane fifone, Yu-Gi-Oh!, Detective Conan, che è bellissimo, quasi più una fiction thriller che un cartone. Poi lui è molto coinvolto nella mia carriera, mi chiede sempre dei miei concerti, suona la batteria. Quando era più piccolo cantava sempre la sigla di Yu-Gi-Oh! in macchina, per la gioia mia e di mia moglie. Adesso che comincia a crescere, comincia ad essere curioso e ad ascoltare cose che scopre lui».

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E la tua partecipazione a Sanremo?
«Un disastro, ero nervosissimo. Riassumendo: non mi rendevo conto di quello che stavo facendo. Tanto adesso sono consapevole di quello che faccio, del perché e per chi lo faccio, quanto allora ero totalmente ignaro. Poi siamo stati anche sfortunati perché si è rotto l’amplificatore del chitarrista in una fase importantissima della canzone. Non mi rendevo conto di nulla, non sapevo nemmeno perché avessi scritto quella canzone e quel testo. Il mondo musicale italiano, in quel periodo, non mi apparteneva, non sapevo cosa fare, mi sentivo estraneo. Ecco perché le sigle dei cartoni sono così fondamentali: mi hanno dato un’identità e un’importanza, io sono quello».

Hai scritto anche un sacco di jingle per le pubblicità…
«Non so se siano ancora in giro da qualche parte! Oltre ai jingle sono anche speaker per la Mattel, per le Hot Wheels. Sono la voce di quel prodotto da sempre, ormai 20 anni! Ultimamente il jingle pubblicitario è cambiato moltissimo, quindi quelli che abbiamo scritto anni e anni fa ormai non ci sono più».

Un sogno nel cassetto?
«Ho appena ricomprato gli sci! Mio figlio impazzisce per lo snowboard, quindi vorrei tornare a sciare come una volta. A parte gli scherzi, mi piacerebbe ricominciare a scrivere canzoni pop. E l’altro sogno è quello di poter ritornare a scrivere sigle allo stesso ritmo di una volta, perché ormai ci sono sempre meno nuove serie per cui scrivere canzoni. Le sigle sono importanti per valorizzare e dare identità ai cartoni».

Foto di: © Lidia Ottino e Andrea Basile

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