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Intervista a Fabrizio de Flaviis, voce italiana del toro Ferdinand


Intervista a Fabrizio de Flaviis, voce italiana del toro Ferdinand

Intervista a Fabrizio de Flaviis, voce italiana di Ferdinand, che ha rivelato qualcosa di più sulla sua professione, ha dato qualche consiglio ai bambini che vorrebbero seguire le sue impronte e ha raccontato di quella volta che ha lavorato per Harry Potter...

di Karin Ebnet 17/04/2018

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A maggio il toro più dolce e gentile del grande schermo arriverà in Dvd e Blu-ray. Se siete impazienti di rivedere anche a casa le sue divertenti avventure Ferdinand è già disponibile a noleggio su Premium Play, su Infinity e negli Store Digitali (iTunes, Google Play, Chili Cinema, YouTube, Playstation Network, Xbox Video, TIMVision e Rakuten). Per l’occasione abbiamo chiacchierato con Fabrizio de Flaviis, voce italiana del toro Ferdinand e volto della nuova generazioni di doppiatori. Leggete qui di seguito la nostra intervista dove ci ha rivelato qualcosa di più sulla sua professione, ha dato qualche consiglio ai bambini che vorrebbero seguire le sue impronte, ha ammesso un importante difetto del doppiaggio e ha raccontato di quella volta che ha lavorato per Harry Potter…

Trama Ferdinand

Ferdinand, realizzato dai creatori de L’Era glaciale e basato sull’omonimo classico letterario per bambini, è una commedia animata che racconta le avventure di un grosso toro dal cuore d’oro. Scambiato per sbaglio per un animale pericoloso e allontanato dalla sua casa per essere trasferito in un allevamento di tori da combattimento. Per riuscire a fuggire e ritornare dalla sua amica umana Ferdinand radunerà una squadra di amici animali emarginati con il quale affronterà un pericoloso viaggio per la Spagna.

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Intervista a Fabrizio de Flaviis

Come è stato doppiare Ferdinand, questo buonissimo toro che odia la violenza?

«È stato molto bello, perché non capita tutti i giorni di poter lavorare a un film tanto interessante. Anime o cartoni che trattano temi più violenti ce ne sono molti, ma film così delicati sono rari. In più l’animazione era davvero spettacolare e i temi che tratta molto importanti. Sai che stai parlando a un pubblico molto giovane e hai responsabilità più grandi perché devi trasmettere qualcosa di vero e di sincero che i bambini devono poter cogliere immediatamente».

È più facile o più difficile doppiare un cartoon rispetto a un film con attori in carne e ossa?

«Più difficile, perché normalmente la facilità del doppiaggio è dovuto alla bravura dell’attore a cui stai dando la voce. Ti viene facile seguire uno che è già un fenomeno, ti rende la vita più facile. Mentre in questo caso a doppiare in originale c’era John Cena (il lottatore di wrestling e presentatore dei KCA, i Kids Choise Awards, ndr), che per quanto sia stato bravo non era un attore e quindi la difficoltà era maggiore. Senza contare tutte le scritte anti pirateria che coprono le immagini e che rendono faticoso capire bene cosa succede sullo schermo».

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Lavori come doppiatore da quando avevi 4 anni, qual è stato la tua prima prova?

«Era un documentario sulla famiglia reale inglese, io facevo Henry da piccolo. In realtà lo so perché me lo hanno raccontato, io non ho più memoria dell’evento»

Come sei entrato in questo mondo, sei figlio d’arte vero?

«Sì, sono figlio di un direttore di doppiaggio, he nella nostra professione si può considerare pari a un regista perché è lui che si occupa di segliere le voci e di dirigerle. La passione però è scaturita da sé, man mano che lavoravo. Anche mia sorella da bambina doppiava ma poi, dopo la maturità, ha preso un’altra via. È vero, sono stato facilitato, ma ci ho messo del mio per emergere. Già all’età di otto o nove anni ho iniziato a farmi conoscere da altri direttori di doppiaggio e di farmi strada da me».

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Tra i tanti personaggi che hai doppiato hai dato la voce a Dudley, il cugino cattivo di Harry Potter. Che ricordi hai dell’esperienza?

«Che è stata breve (ride). Il personaggio ha poche battute e non è presente in tutti i film. Per me è stato molto normale dargli la voce perché ero abituato a doppiare personaggi cattivi di film o serie tv. Per questo sono due volte contento di aver lavorato a Ferdinand. Mi ha permesso di dimostrare di essere bravo anche a doppiare i buoni».

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Qual è il personaggio che sei stato più orgoglioso di doppiare?

«Quello di Breaking Bad. Mi ha dato una grande soddisfazione personale dare la voce a Walter White Jr. perché capita raramente di poter doppiare un personaggio con difficoltà verbali. È molto difficile risultare veri e non diventare delle macchiette; se esageri non sei più credibile e anzi, diventi ridicolo. È stato un azzardo scegliermi perché non era il tipo di peronaggio a cui davo la voce normalmente ma mi hanno dato fiducia e ha funzionato. Avevo 19/20 anni».

Quale personaggio invece avresti voluto doppiare?

«Da piccolo avevo dei sogni, ma per fortuna sono riuscito ad esaudirli per ben due volte quando avevo circa 18 anni. Il primo è stato quello di doppiare un personaggio dei Power Rangers, all’epoca come tutti i bambini ero un loro grande fan. E mi è capitato di farlo in ben due serie diverse. Il secondo invece quando ho doppiato la nuova serie di Holly e Benji Forever, quella in cui sono cresciuti. Doppiavo il giovane capitano della nazionale francese. Davvero, posso dire di essere stato molto fortunato».

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Tanti bambini vorrebbero fare come te, cosa consiglieresti a chi vorrebbe provare a lavorare nel doppiaggio?

«Ve lo dico subito, è molto difficile perché è un ambiente molto chiuso, ma non bisogna arrendersi. Quello che è importante è non aspettare troppo. Perché di bambini ce n’è sempre bisogno mentre di doppiatori professionisti adulti c’è il pienone. Per fare questo lavoro è importante iniziare verso i 7/8 o 10 anni. I bambini sono delle spugne che assorbono tantissimo e imparano in fretta sul campo. Se non si ha la fortuna di conoscere qualcuno nell’ambiente l’unica cosa è di farsi coraggio e di presentarsi agli Studi chiedendo di fare dei provini. L’importante per riuscirci è avere spontaneità e orecchio».

Come si fa a capire se si è portati per questa professione?

«I genitori possono provare a fare il trucchetto che ha usato mio padre quando ero piccolo. Quando avevo 4 anni per capire se avevo orecchio banalmente ha messo su una videocassetta, all’epoca avevamo quelle, con un film in cui un bambino faceva una battuta, poi riavvolgeva il nastro, metteva play e toglieva l’audio. Poi mi diceva di riprovare a dire la battuta nello stesso modo. È così che ha capito che ero in grado di fare questo lavoro.

Per molti bambini il problema è la cadenza regionale del dialetto, vero?

«Per questo ci sono i corsi di dizione (ride). Certo molto dipende da come si parla in famiglia. In casa mia, dove mio padre era romano e mia madre milanese, si parlava un italiano molto pulito, anche se poi fuori per strada era un’altra cosa. Anche per questo è importante iniziare da piccoli, perché prima ti abitui a parlare senza inflessione dialettale e più è facile. È come imparare a sciare, da piccoli si scende subito mentre se provi da adulto hai solo paura di romperti una gamba».

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Al doppiaggio italiano viene imputato uno scorretto uso della grammatica e dei congiuntivi, sei d’accordo con queste critiche?

«È tristemente vero, il doppiaggio purtroppo è scaduto di qualità. Mi piace parlare chiaro: non esiste una regola è proprio solo un problema che deriva dall’avere meno tempo, meno soldi e di conseguenza si ha meno competenza. Proprio così come sta avvenendo in tutti i settori del nostro Paese, è tutto un po’ scaduto. Ci sono pochi professionisti di un certo livello e le nuove generazioni non sempre hanno una formazione adeguata. È una tristezza per tutti, soprattutto per chi ama il proprio lavoro. Il cinema è un po’ meno soggetto a questo problema ma in tv è molto più diffuso. D’altronde ormai si fanno serie intere in due o tre settimane mentre una volta era impensabile. Quando avevo dieci anni per doppiare una serie servivano mesi di lavoro. Oggi con l’avanzare della tecnologia e la quantità che è aumentata tanto – molti più network = molte più serie –  si fa tutto in pochi giorni, massimo due settimane. Per forza di cose l’attenzione diminuisce e la qualità scade».

In futuro?

«Devo cominciare lo spin off di Grey’s Anatomy intitolato Station 19, che parla di vigili del fuoco. Io sarò uno dei giovani protagonisti, un attore italiano che ha fatto fortuna in America. Speriamo che anche la serie ottenga lo stesso successo».

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