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Enrico Paolantonio: «Il mio giro del mondo in 26 puntate con Jules Verne»


Enrico Paolantonio: «Il mio giro del mondo in 26 puntate con Jules Verne»

Il fondatore di Musicartoon e regista della serie Le straordinarie avventure di Jules Verne racconta come è nata l'idea di dedicare un cartoon al celebre scrittore

di Karin Ebnet 12/09/2013

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Sabato 14 settembre andrà in onda su Rai2 (ore 8 del mattino) la prima puntata de Le straordinarie avventure di Jules Verne, una serie tv made in Italy che sta già riscuotendo parecchi consensi. Per l’occasione abbiamo intervistato il regista Enrico Paolantonio, fondatore di Musicartoon e dietro ad alcune produzioni interessanti come le serie tv su Borsellino e Falcone (Giovanni e Paolo ed il mistero dei Pupi) e sui draghetti che insegnano l’inglese Hocus e Lotus (Le avventure di Hocus e Lotus). Con cui abbiamo parlato di Jules Verne, di sogni, di speranza, di relazioni e… della poesia di Miyazaki.

Guarda tutti i trailer della serie

Com’è nata l’idea di Le straordinarie avventure di Jules Verne?
«Jules Verne è un personaggio che non ha bisogno di presentazione visto che è uno dei più conosciuti autori di romanzi per ragazzi al mondo ed è un precursore della fantascienza. L’idea è stata proposta a Musicartoon dalla LuxVide che insieme a Rai fiction aveva intenzione di produrre la serie. Abbiamo accolto con entusiasmo la proposta e abbiamo deciso di partecipare alla coproduzione. Pensare a Jules Verne per realizzare una serie tv animata indirizzata ai ragazzi tra i 6 e 10 anni è sembrata subito una cosa quasi naturale, ma la chiave più interessante è stata quella che tutti i suoi romanzi – oltre a quelli conosciuti come Il giro del mondo in 80 giorni o Viaggio al centro della Terra ce ne sono ancora molti altri, ne ha scritti più di ottanta – potessero fare da traccia per la serie. Così è nato il nostro Jules Verne: di un ragazzo di quindici, sedici anni che si è trovato ad affrontare davvero le avventure che da grande racconterà nei suoi libri».

Chi è dunque Jules Verne nella serie?
«È un ragazzo come tanti e che ricorda un po’ i giovani d’oggi. Studia lontano da casa una materia che non gli piace – lui è di Nantes ma si è trasferito a Parigi per seguire scienze politiche su desiderio del padre che lo vorrebbe notaio come lui – ma sogna di scrivere romanzi e insegue l’avventura. Il suo desiderio più grande è quello di viaggiare. Per questo si presenta alla redazione di un importante giornale il “Contes De Voyages”, una sorta di rivista di divulgazione scientifica, sperando di venire assunto. Jules è un po’ timido e impacciato e alla redazione sono tutti molto indaffarati,  così non lo prendono in considerazione, è solo un ragazzo dopotutto, ma subito dopo per fortuna Jules si imbatte nella figlia del direttore, Amelie, e riesce a sventare abilmente un furto ai danni della redazione… hanno inizio cosi le  avventure del nostro eroe».

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Jules è un ragazzo di oggi immerso però nel contesto storico del 1800…
«Infatti, abbiamo cercato di modernizzare un po’ le atmosfere, ma le ambientazioni, i personaggi e le dinamiche tra genitori e figli restano fedeli all’epoca storica in cui è ambientata la serie. Anche i paesaggi sono molto curati da questo punto di vista. Siamo in una Parigi in cui non c’era ancora la Tour Eiffel e quindi abbiamo dovuto mostrare degli scorci della città che la rendessero riconoscibile. Lo stesso è successo quando Jules affronta un viaggio che lo conduce in una New York senza grattacieli e posso assicurare che non è stata facile da realizzare. Però è anche questo il bello di questo cartoon, che fa dell’avventura e della veridicità storica i suoi punti di forza».

Jules Verne alle prese con le sue avventure sembra un mix tra Indiana Jones e MacGyver…
«Mi hai scoperto! Ci sono ispirazioni e influenze anche da altri personaggi. Jules ha inventato una fibbia che porta sempre con sé e che è una sorta di coltellino svizzero con il quale riesce a fare qualunque cosa. Per restare fedeli alle regole della serialità avevamo bisogno di inserire luoghi, personaggi e oggetti che fossero ricorrenti. Per questo era necessario che Jules Verne avesse un oggetto che fosse riconoscibile e che fosse sempre con lui nell’arco della serie. Questo è un oggetto che lo toglie spesso dai guai perché in poco tempo riesce a escogitare un piano efficace per risolvere i problemi con i pochi materiali a disposizione al momento. Per togliersi da un impaccio, in una puntata, ha persino costruito una specie di elicottero. È stata una sfida trovare ogni volta uno stratagemma per permettergli di uscire dai pericoli».

Jules non si separa mai neanche dal suo diario di viaggio…
«Altro escamotage per  non perdere mai di vista il fatto che, anche se Jules è un ragazzo alle prese con avventure straordinarie, un giorno diventerà lo scrittore che tutto il mondo conosce. Per questo lo vediamo per tutta la serie prendere appunti sul suo diario. E gli abbiamo dato anche un tocco artistico in più e spesso lo vedremo fare dei disegni niente male…. Inoltre quello del libro è un tormentone che lo insegue per tutta la serie, perché alla fine di ogni puntata Jules proporrà ad Artemius di leggere il manoscritto ispirato all’avventura appena conclusa, ma per un motivo o per un altro questo non lo fa mai. Ma noi già sappiamo che alla fine ce la farà a farsi leggere e a diventare uno scrittore».

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Chi è il cattivo della situazione?
«Nella serie è il Capitano Nemo, che nei romanzi di Jules Verne è protagonista di due storie, ovvero Ventimila leghe sotto i mari e L’isola misteriosa. Proprio per il discorso della serialità affrontato prima avevamo bisogno un antagonista sempre presente e la scelta è stata un po’ obbligata perché il Capitano Nemo è un personaggio molto forte anche se non un cattivo nel senso più classico del termine. E un illuminato, uno scienziato che ha vissuto una grossa tragedia ed è estremamente carismatico. Abbiamo dovuto lavorare molto nelle scene in cui compare insieme a Jules per evitare che mettesse in ombra il protagonista, già il fatto che era un adulto di fronte a un ragazzino rendeva la lotta piuttosto impari. Nemo però è anche il risultato di un mix con altri personaggi negativi presenti nei libri di Verne, soprattutto quelli più dark e oscuri che ha  inventato verso la fine della sua vita, quando la sua visione non era più così avventurosa e solare».

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Non solo avventura però, ne Le straordinarie avventure c’è anche tanta commedia…
«Il divertimento scaturisce dalla presenza di due personaggi che apparentemente non c’entrano nulla con le avventure che si trovano ad affrontare. Sto parlando di Monsieur De L’Ennui, un contabile molto ma molto tirchio che, proprio per questa caratteristica, non riesce a cogliere il valore delle invenzioni che porterebbero soldi e successo. Di fronte a un prototipo di macchina fotografica si ritrae indignato perché la pittura è megliio e sarà senz’altro un insuccesso. In una puntata i nostri eroi si ritrovano in un parco giochi costruito da un miliardario eccentrico e anche in questo caso De L’Ennui è convinto che mai nessuno, nemmeno tra cent’anni, si potrebbe mai divertire in questo modo, meglio non perderci tempo. E ovviamente tutti i bambini sanno che non è vero. E poi c’è Ester, la tata, cuoca e tutto fare che accompagna sempre Amelie e suo padre. Qui il divertimento nasce dal fatto che è una donnona di cento chili alle prese con situazioni fuori dal normale. Per esempio sull’isola misteriosa si trova alle prese con un un granchio gigante… È da queste contraddizioni che nasce la commedia, anche perchè la squadra è una sorta di Armata Brancaleone riveduta e corretta alla quale nessuno affiderebbe una missione pericolosa».

Del gruppo poi fanno parte anche un cane e un lemure…
«Esatto, il cane si chiama Hattaras e prende il nome da un personaggio di uno sei romanzi di Jules Verne. Sophia invece è una lemure romantica. Appena ci sono situazioni “rosa” è subito in prima fila per capire cosa sta succedendo».

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La storia è adatta ai bambini per i colori, l’avventura, i mostri, ma ha tutte le carte in regola per conquistare anche i genitori…
«È la nostra speranza e il nostro obiettivo. Le straordinarie avventure di Jules Verne è una serie particolare perché mescola assieme avventura, divertimento e commedia ma c’è anche un forte richiamo alla letteratura. Ogni puntata, che racconta una storia a se stante, ha più livelli di lettura. Per esempio in un episodio si parla di guerra di secessione. I bambini si divertono perché ci sono dei coccodrilli giganti e situazioni misteriose, però si parla anche dei problemi tra Nord e Sud e questo potrebbe esssere un ottimo spunto per un genitore per parlare con i figli di un momento storico così pregnante. Per questo sarebbe importante per i bambini guardare la serie con tutta la famiglia».

La serie di Jules Verne nasconde anche un messaggio importante per i ragazzi…
«In realtà non è semplice lavorare a produzioni che siano anche educative, come Giovanni e Paolo ed il mistero dei Pupi o Le avventure di Hocus e Lotus. Spesso siamo costretti a lavorare su altri prodotti più consumer. Per quanto riguarda Jules Verne il discorso è diverso. Non è diventato scrittore da un giorno con l’altro, anche se la sua storia nella serie è molto romanzata abbiamo tenuto in piedi il concetto principale. Verne è un ragazzo che cresce di puntata in puntata e non perde mai di vista il suo obiettivo principale, ovvero diventare uno scrittore. Ha un sogno molto forte e fa di tutto per realizzarlo. Ci crede fino in fondo e per questo ce la farà. Inoltre vengono esaltati anche sentimenti importanti come amicizia, lealtà e rispetto. È molto bello il rapporto che si instaura tra Amelie e Jules, anche se sono di due sessi opposti. Per tutta la serie di battibeccano e si fanno i dispetti, eppure c’è molta complicità, si comprendono all’istante e insieme sono compatti, una vera squadra».

Quanto ci avete messo a realizzare la serie?
«Dal pilota al prodotto finito ci abbiamo impiegato tre anni e mezzo. La serie è molto ricca e la lavorazione è stata piuttosto faticosa anche perché è ambientata in giro per tutto il mondo. Tutte le puntate iniziano e finiscono a Parigi, però i nostri eroi nell’arco delle loro avventure finiscono in Africa, in Transylvania, in Antartide, nell’America del Nord e del Sud e in Brasile. Insomma, un viaggio enorme anche dal punto di vista produttivo, una sorta di Giro del mondo in 26 puntate».

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Il film è in 2D. Come mai non vi siete fatti contagiare dalla moda del 3D?
«Non ho niente contro il 3D. Anche se sono nato professionalmente quando ancora si girava su pellicola e si colorava a mano su fogli di acetato, ho fatto i salti di gioia quando è arrivato il computer. Ha permesso di dare una bella accelerata a tutto il percorso produttivo. Sono molto favorevole alle evoluzioni tecnologiche solo che preferisco metterle in pratica e al servizio del 2D perché lo sento più vicino. Il 3D mi coinvolge meno e mi emoziona meno, quindi temo che potrei non essere altrettanto efficace. E poi bisogna rieducare le nuove generazioni a un tipo di animazione che non sia tutta effetti speciali e imitazione maniacale della realtà , come quella di Miyazaki ad esempio. Nei suoi film a volte per cinque minuti pare che non succeda nulla, ci sono solo delle nuvole che passano in cielo o l’erba mossa dal vento. Momenti di vera poesia che bisognerebbe riscoprire e che oggi non fa più nessuno perché tutto dev’essere più frenetico e spettacolare».

Arriverà una seconda stagione de Le avventure di Jules Verne?
«È ancora presto per parlarne ma sì, è prevista una seconda stagione. Jules Verne ha scritto più di ottanta romanzi, una seconda serie riusciamo a tirarla fuori. Siamo ancora però in fase embrionale e stiamo decidendo il soggetto della serie. Per esempio forse qui potremmo spiegare perché Amelie è rimasta senza madre. Come detto però è ancora presto per parlarne. Aspettiamo prima di vedere come verrà accolta questa prima stagione».

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