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Cristina D’Avena torna a puffare per i Puffi


Cristina D’Avena torna a puffare per i Puffi

Tra l'esperienza di doppiare un personaggio e il ricordo di Cino Tortorella, Cristina D'Avena racconta la sua nuova avventura nel villaggio dei Puffi

di Davide Stanzione 3/04/2017

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Non esiste una voce più riconoscibile di Cristina D’Avena per i bambini italiani di tutte le età, da quelli che oggi lo sono davvero a coloro che non lo sono più da un po’, ma ai quali basta un frammento di una delle sue tantissime e leggendarie sigle televisive per rituffarsi nei ricordi della propria infanzia dalla porta principale.

Da 30 anni Cristina D’Avena passa ogni giorno su Mediaset: la sua voce è rimasta quella di un tempo e anche la freschezza e il gioioso entusiasmo delle sue parole non è cambiato di un millimetro. Cantante, ma anche attrice, scrittrice e performer sempre sulla cresta dell’onda (i suoi concerti con i Gem Boy sono puntualmente dei grandi successi), l’abbiamo incontrata per parlare della sua fortunata carriera ma anche della sua ultima esperienza cinematografica con il doppiaggio e la colonna sonora, in occasione dell’uscita del nuovo film sulle mitiche creature blu che anche lei ha contribuito a rendere leggendarie, I Puffi – viaggio nella foresta segreta. Per l’occasione Cristina ha prestato la voce alla nuova sigla dei Puffi.

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Com’è stata la tua esperienza in questa nuova avventura de I Puffi?
«Si tratta dell’undicesimo brano che ho cantato per loro, in più in questo caso c’era anche l’esperienza di dover doppiare un personaggio misterioso all’interno della foresta, con una voce saggia e matura. Si tratta di un’avventura sempre entusiasmante, per cui non nascondo che quando mi è stata proposta mi sono messa a urlare di gioia».

C’è una componente techno non indifferente in questo nuovo brano, come fosse un aggiornamento in chiave moderna di qualcosa di estremamente riconoscibile. C’è il rischio che quest’estate il brano vada alla grande nelle discoteche? Hai pensato a questa possibilità?
«Abbiamo ripreso il motivo classico Noi puffi siam così perché è qualcosa di legato in maniera indiscutibile all’infanzia di noi tutti, un brano che oltretutto vinse il disco d’oro con ben 500.000 copie vendute, quando i dischi ancora si vendevano nel modo tradizionale. L’anima del brano è rimasta la stessa, ma abbiamo voluto dare ai Puffi una veste nuova, più che techno direi dance. Mi ricorda molto le canzoni degli anni novanta, per sonorità e ritmi. Se si vuole la si può ballare e tutti mi hanno fatto i complimenti per questo aggiornamento, anche se non è esattamente ciò che tutti si aspetterebbero dai Puffi…».

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Che ne pensi di questa svolta adulta nel tuo brano? Come sono cambiati i gusti musicali dei bambini di oggi? Sono diventati più maturi?
«Il panorama musicale italiano è cambiato, ci siamo dovuti adeguare un po’ tutti ad altri ritmi e altre melodie. Potevo cantare una sigla dei cartoni alla vecchia maniera, ma anche a me piace sperimentare, tentare strade nuove per stare al passo coi tempi e vedere quello che succede. Il bambino che viene ai miei concerti, ai quali arrivano davvero persone di tutte le età, canta le mie sigle ma poi magari mi prende in disparte e mi chiede di fare il gesto con le spalle di Fabio Rovazzi in Andiamo a comandare. Addirittura un bambino mi ha fatto un testo, tutto suo, dedicato a me sul ritmo della hit di Rovazzi. Questo mi porta a fare una riflessione, ma l’integrità del brano dei Puffi non è in discussione, anche se è inevitabile far ballare i  bambini di oggi con un ritmo più moderno. Anche ai miei concerti riarrangio, con i GemBoy, le mie canzoni in chiave rock, lo faccio continuamente. Qualche giorno all’Alcatraz a Milano abbiamo fatto sold out e il pubblico, nel risentire i miei brani di sempre riveduti e corretti in quel modo, è impazzito. Succede puntualmente ed è qualcosa che mi piace, mi gratifica e mi riempie d’orgoglio. Ci divertiamo tutti un po’ di più, ma senza modificare l’anima di partenza».

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Che ne pensi di questa nuova versione delle avventure dei Puffi? E cosa rappresentano per te i Puffi oggi?
«Non l’ho ancora visto finito, ma da quel che ho potuto vedere lavorandoci l’ho trovato incantevole, con dei personaggi e un tratto visivo perfino migliorato rispetto ai precedenti, estremamente curato. I Puffi per me rappresentano gli amici e i compagni di sempre, ma in passato mi ero limitata a cantare solo le loro sigle, invece in questo caso ho avuto la possibilità di immergermi fisicamente nel loro villaggio doppiando un personaggio e sentendomi estremamente vicina al loro, al mondo di queste creature e al modo in cui loro vedono le cose».

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Il film è all’insegna del girl power e delle donne al potere. Sei mai stata un capo, nella tua infanzia ma anche in generale nella tua vita?
«Anche se non si direbbe sono una persona molto timida. Poi però crescendo ho acquisito sicurezza e oggi riesco in maniera più agevole a diventare il capo e a prendere l’iniziativa. Da ragazzina però ero molto più introversa e mi limitavo a seguire le indicazioni degli altri, senza impormi, probabilmente ero insicura e trovavo conforto solo nello stare al mio posto».

Delle eroine che hai cantato c’è qualcuna che hai particolarmente a cuore?
«Sailor Moon la adoro, è pazzesca. Ma anche Lady Oscar, la cui prima sigla è incredibile e intoccabile, anche se ho cantato pure la seconda quando Mediaset ne ha acquisito i diritti, nonostante una fetta di pubblico rimanga più fedele a quella degli anni ’90. Ultimamente poi i fan mi chiedono anche Rossana, un altro cartone importante. Anche Puffetta è adorabile! Avendo cantato più di 750 sigle però potrei fare una lista interminabile dei personaggi che amo. Nei concerti che faccio per i giovani le più importanti le cantiamo tutte, naturalmente. I miei live sono un momento di condivisione e di amore davvero unico, che fa molto riflettere».

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Nel doppiare ti sei ispirata a qualche doppiatore del passato? Sei stata la voce narrante de Il trenino Thomas, ma qui sei alle prese sicuramente con qualcosa di più iconico e per te rappresentativo.
«
Non ho mai doppiato troppo, mi sono più concentrata sul canto nel corso della mia carriera, pur facendo delle voci caratterizzate e adatte ai cartoni. Si è trattata di una scelta, anche se mi sarebbe piaciuto farne di più. Ho conosciuto però alcuni grossi personaggi, come Pietro Ubaldi, che ha doppiato una miriade di ruoli. Pietro è un mio caro amico e una persona estremamente disponibile, mi sono spesso confrontata con lui per trovare delle indicazioni nelle sue parole cariche d’esperienze. Anche Donatella Fanfani, la doppiatrice di Licia, rappresenta per me un modello impagabile, l’ho ascoltata e osservata sempre con grandissima attenzione, per imparare l’impostazione della voce, la postura, i tantissimi trucchi del mestiere. Mi sono anche appassionata, all’epoca, pur concentrandomi poi sempre sul canto».

In originale Mirtilla, il tuo personaggio, è doppiato da Julia Roberts. Hai sentito la sua voce in originale per cogliere il tono che dava lei e restituirlo?
«
L’ho sentita ma lei le dava un tono troppo altezzoso e impostato, credo sia anche una maniera di doppiare degli americani. Era troppo compita e seriosa, l’ho trovata meravigliosa ma mi sono detta che avrei preferito darle una verve diversa. Più mia».

Prima accennavi al tuo sold out all’Alcatraz, ma il tuo successo è davvero senza sosta, penso anche al tuo nuovo contratto con la Warner. Non capita davvero spesso di avere un successo tale da riuscire a parlare a più generazioni con questa costanza. Qual è stato secondo te l’elemento che ha creato con il pubblico un legame così forte?
«
Sono una persona normale, mi reputo tale e mai e poi mai mi sono reputata una star. Ho avuto la fortuna di rimanere ancorata a un mondo meraviglioso, ma mi sono sempre sforzata di rimanere Cristina, non sentendomi mai Cristina D’Avena. Caratterialmente io sono Cristina con tutti, indistintamente. Probabilmente il pubblico che è cresciuto con me mi ha sempre visto come un’amica, una sorella maggiore, una mamma anche, come molti mi dicono».

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In chiusura non possiamo non chiederti un ricordo di Cino Tortorella, il mitico Mago Zurlì, recentemente scomparso.
«Sono cresciuta con lui. Ho iniziato a tre anni con Cino, con Il valzer del moscerino. Più di una volta all’anno ci vedevamo per lavorare allo Zecchino d’Oro, tra l’altro dovevamo incontrarci proprio in questo periodo, a ridosso di Pasqua, per preparare il sessantesimo anniversario dello Zecchino. La sua chiamata non arrivava ma io non volevo disturbare, oltretutto ci eravamo incontrati di recente al Canta Natale all’Antoniano, una manifestazione che facciamo ogni anno, e lui mi aveva stretto forte a sé, stanco e un po’ provato. Nonostante la sua stanchezza aveva comunque molte idee e io aspettavo la sua telefonata, anche se poi me n’è arrivata un’altra, purtroppo diversa, per dirmi che Cino non c’era più. Scherzando lo prendevo in giro dicendogli che era un po’ blu proprio come I Puffi, aveva il vestito e la calzamaglia azzurra, era un vero principe. Ridevamo tantissimo, insieme».

Qui sotto alcune foto di Cristina D’Avena con i suoi amati Puffi:

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